Madre e figlia morte a Natale, la ricina nel sangue e il giallo del sopravvissuto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nel silenzio surreale di un paese molisano ancora segnato dall’alluvione che nelle ultime ventiquattr’ore ne ha sconvolto l’assetto, Gianni Di Vita e la figlia Alice restano chiusi in casa. Non è solo la paura per l’acqua e il fango, beninteso, a tenerli lontani dagli sguardi dei vicini: l’altra metà della loro famiglia – la madre Antonella Di Jelsi e la sorella minore Sara – non è morta per un banale incidente domestico, né per una tossinfezione alimentare, bensì avvelenata intenzionalmente. Come in ogni giallo che si rispetti, del resto, sono proprio i due sopravvissuti a finire sotto la luce dei riflettori degli inquirenti.

Il veleno nei corpi e il cambio di procura

A distanza di tre mesi esatti da quel Natale di sangue, la svolta investigativa è arrivata inattesa ma netta: la cinquantenne Antonella e la quindicenne Sara sono state uccise con la ricina, un potentissimo veleno insapore e inodore che si estrae dai semi di ricino. La sostanza, diventata celebre per essere definita “un’arma invisibile” in una nota serie televisiva, blocca le funzioni cellulari fino al collasso multiorgano. In un primo tempo si era ipotizzata un’intossicazione alimentare, magari legata ai cibi della cena di Natale, ma le analisi del sangue hanno detto altro: tracce inequivocabili della tossina sono state trovate nei corpi delle due donne, decedute all’ospedale Cardarelli di Campobasso.

La svolta, però, non è solo tossicologica. A raccontarla è lo stesso magistrato che ha preso in mano il fascicolo: «Abbiamo ricevuto un alert verbale dal Centro antiveleni di Pavia. Cosa diceva? “Attenzione: nei corpi delle due donne possono esserci tracce di una sostanza potenzialmente velenosa”». Da lì la decisione di trasferire l’indagine dalla Procura di Campobasso – inizialmente titolare – a quella di Larino, dove il procuratore responsabile attende ora le risultanze delle due autopsie e una relazione dettagliata dello stesso Centro antiveleni per stabilire i prossimi passi.

L’ombra del duplice omicidio e il marito sopravvissuto

Non ci sono più dubbi, quindi, sulla natura dolosa dei due decessi: si indaga per omicidio. Chi ha voluto uccidere Antonella e Sara, inoltre, potrebbe aver tentato di sterminare l’intera famiglia di Pietracatella. Un dettaglio, quest’ultimo, che rende ancora più inquietante la posizione del marito e padre sopravvissuto, Gianni Di Vita, il quale insieme all’altra figlia Alice ha scelto di non uscire di casa. Gli investigatori, va detto, stanno cercando tracce di ricina anche nel suo sangue: al momento non ne è stata trovata alcuna, ma l’assenza del veleno nel di un familiare stretto, in un contesto di avvelenamento selettivo, rappresenta di per sé un elemento da vagliare con la massima attenzione.

Il modus operandi – un veleno difficile da reperire e ancora più complesso da somministrare senza lasciare tracce – esclude la pista accidentale. La ricina, va ricordato, non si trova in commercio né tantomeno in cucina: chi l’ha usata sapeva esattamente cosa stava facendo. E forse mirava a colpire l’intero nucleo familiare, fallendo l’obiettivo solo per circostanze ancora da chiarire.

L’attesa degli esami autoptici e le ipotesi in campo

L’inchiesta, al momento, è ferma a un delicato crocevia: da un lato i due sopravvissuti – chiusi in casa in un paese semideserto – dall’altro le cartelle cliniche e i reperti biologici delle vittime. Il magistrato di Larino ha chiesto al Centro antiveleni di Pavia un rapporto definitivo sulla presenza della tossina, mentre i periti nominati per le autopsie dovranno stabilire con esattezza la quantità di veleno assorbita e, se possibile, la via di somministrazione (orale, inalatoria o per iniezione). Sono dettagli non secondari, questi, perché aiuterebbero a capire se l’avvelenamento sia avvenuto durante il pasto natalizio o in un altro momento.

Quel che è certo, per ora, è che la procura ha già riqualificato il reato: non più morte come conseguenza di altro reato, ma duplice omicidio volontario. Resta da capire se il veleno sia stato introdotto in un cibo, in una bevanda o addirittura in un medicinale. E soprattutto, resta da capire perché madre e figlia siano state le uniche a morire, mentre il padre – che pure condivideva la stessa tavola – sia ancora vivo e senza tracce di ricina nel sangue.

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