La ricina e i silenzi di campobasso: padre e figlia ascoltati in questura

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Ha varcato l’ingresso secondario di via Tiberio, Gianni Di Vita, con accanto la figlia maggiore Alice, diciannovenne, ed entrambi si sono seduti di fronte agli investigatori senza la presenza dei propri legali di fiducia, circostanza che ha subito alimentato il riserbo più assoluto attorno a un interrogatorio che, inevitabilmente, rappresenta un passaggio cruciale nel giallo di Pietracatella. Lui è il marito e il padre, lei è la figlia e la sorella – rispettivamente – delle due vittime, Antonella Di Ielsi, cinquant’anni, e Sara Di Vita, appena quindicenne, decedute a distanza di poche ore l’una dall’altra tra il 27 e il 28 dicembre, dopo aver accusato i primi malori nella notte tra il 23 e la Vigilia. La Procura di Larino, che procede per duplice omicidio volontario, ha stretto il campo temporale delle indagini su due cene e un pranzo, quelli consumati tra il 23 e il 24 dicembre, momenti nei quali – secondo il sospetto degli inquirenti coordinati dal dirigente della Squadra mobile, Marco Graziano – potrebbe essere stata somministrata la ricina, una sostanza letale che si estrae dai semi del ricino attraverso un procedimento chimico tanto complesso quanto letale.

Un veleno che non lascia scampo e una tempistica serrata

Gli accertamenti tossicologici, ancora in corso, stanno cercando di fissare con precisione la finestra temporale in cui il veleno ha iniziato ad agire, e gli investigatori ritengono che l’azione della ricina sia stata fulminea, tale da provocare un collasso irreversibile in poche ore. Le due vittime, madre e figlia, avevano partecipato ai pasti familiari insieme a Gianni Di Vita e ad Alice, i quali – al contrario – non hanno mostrato alcun sintomo di avvelenamento, una circostanza che, inevitabilmente, ha spinto gli inquirenti a interrogarli nuovamente, dopo i primi riscontri raccolti nei giorni successivi ai decessi. Non ci sono stati, nell’audizione di ieri, avvocati a presidiare i due familiari, scelta che lascia intendere – senza voler forzare alcuna interpretazione – una volontà di collaborazione immediata, oppure una sottovalutazione della delicatezza del momento; sta di fatto che padre e figlia hanno ricostruito, passo dopo passo, chi fosse seduto a tavola, chi abbia preparato o servito i cibi, e se qualcuno abbia portato qualcosa dall’esterno.

L’ingresso secondario e il cerchio che si stringe

Fatti entrare da un varco laterale per evitare i cronisti appostati all’ingresso principale – manovra che tradisce l’attenzione degli investigatori a gestire ogni minimo dettaglio dell’operazione – i due hanno trascorso diverse ore negli uffici della Squadra mobile, dove il dirigente Graziano ha chiesto loro di tornare sui particolari già emersi nelle precedenti sommarie informazioni. La domanda, insistente, è una sola: come mai nessun altro, tra i commensali, si è ammalato? E perché proprio Antonella e Sara, madre e figlia, hanno assorbito una dose tale da risultare mortale, mentre gli altri due componenti del nucleo familiare ne sono usciti indenni? Le risposte, per ora, restano blindate, ma è chiaro che l’uditorio della Procura considera Gianni e Alice non come indagati, bensì come persone informate sui fatti, anche se – in un’inchiesta per duplice omicidio volontario – nessuno può considerarsi al riparo da sviluppi che, al momento, non vengono neppure ipotizzati dagli atti ufficiali.

Il pranzo di Natale, la Vigilia e il silenzio della canonica

Non c’è solo il caso di Pietracatella a tenere banco, perché altri fatti di cronaca – un parroco scomparso da una canonica dove sono stati trovati gatti di razza, pappagalli e tracce di droga, la tomba profanata di Pamela Genini con una nuova autopsia in corso, e l’annullamento dell’incontro tra Catherine e i suoi tre figli, una famiglia dispersa nel bosco – restituiscono il quadro di un’Italia che brancola in piccoli e grandi misteri quotidiani. Eppure, è l’avvelenamento di Campobasso a tenere col fiato sospeso, anche perché la ricina non è un veleno improvvisato: richiede conoscenze specifiche, un laboratorio, una volontà ferrea. Gli inquirenti, al momento, non hanno ancora trovato tracce della sostanza negli alimenti sequestrati, ma le analisi sono lunghe e complesse. Quel che resta, per ora, è l’immagine di Gianni e Alice che escono dalla questura a testa bassa, senza rilasciare dichiarazioni, mentre un’intera comunità – parola evitata – trattiene il respiro.

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