La caccia alla ricina e i nuovi interrogatori: il giallo di Pietracatella si infittisce in questura
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Redazione Interno
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La macchina investigativa non si ferma. A Campobasso, negli uffici della questura, sono riprese le audizioni delle persone informate sui fatti, nel tentativo di ricostruire gli ultimi attimi di vita di Sara Di Vita, la quindicenne, e di sua madre Antonella Di Ielsi, la cinquantenne, strappate alla loro famiglia da un avvelenamento che ha dell’incredibile. In queste ore, però, tra i convocati non figurano né l’uomo che ha perso moglie e figlia, Gianni Di Vita, né l’altra figlia della coppia, rimasta inspiegabilmente indenne, come riportano le cronache locali -3; i due, potrebbero finire sotto la lente degli inquirenti già nei prossimi giorni, magari per un semplice approfondimento o per un confronto serrato, vista la necessità di chiarire alcuni punti oscuri della vigilia di Natale.
Il racconto dal reparto di Rianimazione
È il racconto agghiacciante di chi ha visto spegnersi quei due cuori, quello che getta una luce sinistra sull’accaduto. Vincenzo Cuzzone, primario del reparto di Rianimazione dell’ospedale Cardarelli di Campobasso, ha descritto ai colleghi de La Vita in Diretta il dramma di quei giorni, parlando di un’anomalia clinica che lo ha perseguitato: “Mi chiedevo come mai questo cuore non ripartisse”, ha confessato, riferendosi al momento in cui la quindicenne è arrivata in condizioni critiche. La ragazza, che manifestava sintomi gastrointestinali apparentemente banali, è precipitata in un collasso irreversibile, e la stessa sorte è toccata alla madre. Cuzzone, nel suo racconto, ha sottolineato come la sintomatologia fosse identica in entrambe e come la rapidità del deterioramento fisico avesse fatto scattare un allarme impossibile da ignorare, portandolo a trasferire il padre di Sara all’ospedale Spallanzani di Roma, temendo un contagio o una minaccia ancora più grande.
Una finestra temporale ristrettissima
Le lancette dell’orologio, per gli investigatori della Squadra mobile, sono ferme su un arco temporale preciso: poche ore, quelle che vanno dalla sera del 23 dicembre alla Vigilia di Natale. L’attenzione, come trapela dagli ambienti giudiziari, si è concentrata su due cene e un pranzo consumati in famiglia nella loro abitazione di Pietracatella. L’ipotesi che sta prendendo, e che ha scosso il Molise intero, è quella di una somministrazione unica del veleno, una sorta di “bomba a orologeria” biologica, piuttosto che un avvelenamento graduale; questa sostanza, che secondo i medici inibisce la funzionalità cardiaca rendendo vano ogni tentativo di rianimazione, avrebbe agito con una ferocia inaudita sui corpi delle due vittime. La Procura di Larino, che ha aperto un fascicolo per duplice omicidio volontario (al momento contro ignoti), cerca risposte su come sia stato possibile estrarre la tossina, un procedimento chimico estremamente complesso che parte dai semi del ricino.
Accertamenti tecnici nella casa di famiglia
Se la parola è tornata ai testimoni in questura, la scienza sta per fare un nuovo ingresso scenico nell’abitazione dove è maturata la tragedia. Nei prossimi giorni, gli specialisti della polizia scientifica torneranno a setacciare la casa di Pietracatella, attualmente sotto sequestro, alla ricerca di tracce di ricina. Non si tratta di una semplice formalità: gli inquirenti vogliono capire se residui del veleno siano ancora presenti negli ambienti domestici o nei contenitori di cibo, un’operazione delicata che potrebbe fornire la prova regina del delitto. Intanto, proseguono senza sosta gli accertamenti tossicologici incrociati tra Italia e Svizzera, volti a confermare la presenza della sostanza letale che ha sconvolto la vita di una famiglia intera, lasciando dietro di sé solo silenzio e troppe domande senza risposta.




