Il giallo della ricina a Pietracatella: gli interrogatori ripartono mentre un nuovo parere scuote le indagini
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Redazione Interno
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L’ombra della ricina, quel veleno tristemente celebre per la sua letalità e per la capacità di mimetizzarsi all’interno di comuni intossicazioni alimentari, continua a gravare sul destino di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, morte tra il 27 e il 28 dicembre all’ospedale Cardarelli di Campobasso. E proprio mentre la procura di Larino, guidata dalla procuratrice Elvira Antonelli, e la squadra mobile di Campobasso diretta da Marco Graziano riprendono oggi, 9 aprile, una nuova serie di interrogatori, un elemento inaspettato – emerso dalle dichiarazioni del professor Francesco Introna, massimo esperto di medicina legale – rischia di riscrivere le coordinate investigative dell’intero caso.
Le parole del professore, riprese dal Tg3 nazionale ma finora relegate ai margini del dibattito pubblico molisano, riguardano nello specifico le tracce di ricina rinvenute nei capelli delle due vittime. Un dettaglio apparentemente tecnico, e invece potenzialmente decisivo, perché la presenza del veleno in quella sede biologica, secondo l’opinione dello specialista, altererebbe la prospettiva cronologica e modale dell’avvelenamento. Non più soltanto un pasto sospetto consumato nelle ore precedenti i decessi – come ipotizzato inizialmente per quella che sembrava una banale intossicazione – ma l’ipotesi di una somministrazione più lontana nel tempo, o addirittura reiterata, che nessuno, fino a questo momento, aveva seriamente considerato.
Interrogatori serrati e un dolore che chiede solo verità
Ieri, mercoledì, la macchina giudiziaria ha già macinato ore di ascolti serrati: dalle dieci del mattino fino alle venti circa, Gianni Di Vita – marito della donna e padre della ragazza – è stato sottoposto a un primo interrogatorio della durata di sei ore. Subito dopo, è toccato ad Alice, la figlia maggiore della coppia, trattenuta per oltre tre ore e mezza dagli inquirenti. «La mia famiglia è distrutta, io sono a vostra disposizione, voglio solo la verità sulla morte di Antonella e Sara»: con queste parole, pronunciate al termine di una giornata estenuante conclusasi alle ventitré in questura a Campobasso, Gianni Di Vita si è congedato dalla procuratrice Antonelli e dal capo della mobile Graziano. Nessuna accusa formale è stata al momento notificata nei suoi confronti, né risulta alcun indagato iscritto nel registro degli indagati; gli interrogatori, va ricordato, rientrano ancora nella fase delle cosiddette “informazioni di garanzia” o delle sommarie informazioni testimoniali.
La casa sotto sequestro e il trasferimento dei familiari
Dopo quelle deposizioni, gli investigatori hanno ascoltato anche una cugina di Di Vita, la quale risiede a Pietracatella in un’abitazione situata a poca distanza da quella delle vittime. Ed è proprio lì che Gianni e Alice si sono trasferiti da quando la loro casa – teatro, secondo gli inquirenti, dell’ultimo pasto consumato dalle due donne – è stata posta sotto sequestro. Un dettaglio, quest’ultimo, che sottolinea la meticolosità con cui la procura sta cercando di ricostruire ogni frammento della vita quotidiana della famiglia, senza escludere alcuna pista, nemmeno quella accidentale o quella, più inquietante, di un duplice omicidio premeditato. Perché di omicidio si parla ormai apertamente, dopo che i primi riscontri tossicologici hanno spazzato via l’ipotesi iniziale di una semplice intossicazione alimentare.
Tracce di veleno e il peso di una perizia che non era stata valutata
Il professor Introna, con il suo parere, ha dunque aggiunto un tassello che nessuno, nei mesi scorsi, aveva voluto o saputo valorizzare: la ricina, una proteina derivante dai semi di ricino, è estremamente instabile nell’ambiente esterno e la sua rilevazione nei follicoli piliferi – dove può rimanere tracciata per settimane – suggerisce una finestra temporale di esposizione molto più ampia di quella ipotizzata subito dopo i decessi. Questo elemento, se confermato da ulteriori accertamenti, costringerebbe gli inquirenti a interrogarsi non solo su cosa madre e figlia abbiano mangiato nelle ultime ore di vita, ma anche su eventuali contatti precedenti con la sostanza. La procura di Larino, dal canto suo, non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito alla perizia del professore, limitandosi a confermare la prosecuzione degli interrogatori per l’intera giornata odierna. Resta il silenzio – assordante – di chi indaga su due morti che hanno sconvolto un piccolo centro molisano, mentre i familiari, privati persino della loro casa, attendono di conoscere il nome di chi, forse, ha preparato quel veleno.




