Mamma e figlia morte avvelenate, la ricina e quelle dieci ore di interrogatorio in questura

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La mattina di Natale, quando il resto d’Italia ancora scambiava gli auguri davanti a un caffè, a Pietracatella si è già consumato un dramma destinato a non chiudersi con le feste. Le sue radici, però, affondano nei giorni immediatamente precedenti – tra il 23 e il 24 dicembre – quando due cene e un pranzo hanno trasformato tavole imbandite in possibili scene del crimine. A gettare un’ombra inquietante sulla vicenda è la ricina, una tossina vegetale estremamente potente, la cui sola menzione evoca scenari da laboratorio chimico più che da cucina domestica. Gli inquirenti, inizialmente, avevano vagliato diverse ipotesi senza escludere nulla, ma una recente analisi affidata ai consulenti tecnici della procura ha prodotto una svolta decisiva: quella sostanza non è finita lì per caso.

L’avvelenamento che ha risparmiato il padre e l’altra figlia

La sequenza dei fatti, per quanto ricostruita finora, presenta un elemento statisticamente anomalo. Antonella De Ielsi, cinquant’anni, e la figlia Sara Di Vita, quindicenne, sono morte dopo aver ingerito la ricina; il padre Gianni Di Vita e l’altra figlia, Alice, invece, sono sopravvissuti senza conseguenze apparenti. Proprio questi due – padre e figlia superstite – sono stati sottoposti ieri a un lungo interrogatorio in questura a Campobasso, durato circa dieci ore. Non si tratta ancora di formalizzazione di indagati, precisa la cronaca giudiziaria, ma di audizioni condotte alla presenza dei rispettivi legali. L’unica certezza, al momento, resta la causa del decesso: ricina, appunto. Nessun’altra sostanza tossica è stata rilevata nei campioni biologici esaminati, secondo quanto emerso dai primi rapporti tecnici.

Le ombre sollevate da Bruzzone e il ruolo del padre

Roberta Bruzzone, criminologa nota al grande pubblico per le sue frequenti apparizioni televisive, ha offerto una lettura che aggiunge ulteriori strati di complessità a un mosaico già di per sé opaco. Intervenuta a margine degli sviluppi investigativi, la studiosa ha puntato il dito su un particolare che definisce “qualcosa che non torna”: il malore – o meglio, la sua assenza di gravità – accusato da Gianni Di Vita rispetto alla letalità della tossina che ha ucciso madre e figlia. Bruzzone non formula accuse dirette, ma sottolinea come la distribuzione dell’avvelenamento all’interno dello stesso nucleo familiare sollevi interrogativi fisiologici e tossicologici non ancora chiariti. Il padre, dal canto suo, ha dichiarato pubblicamente – e lo ha ripetuto anche durante l’interrogatorio – di avere “la coscienza a posto”, una frase che i magistrati hanno annotato verbatim nel fascicolo.

Il giallo di Pietracatella e l’assenza di indagati formali

A dispetto della gravità degli eventi – due persone decedute per avvelenamento doloso – il registro degli indagati risulta ancora vuoto. Nessun nome è stato iscritto, almeno ufficialmente, nel procedimento aperto dalla procura competente. Questo dettaglio processuale, lungi dall’indicare una stasi investigativa, suggerisce piuttosto una strategia cautelare da parte degli inquirenti, i quali stanno raccogliendo elementi senza ancora fissare un presupposto di colpevolezza nei confronti di alcuno. Il cerchio, tuttavia, si sta stringendo: le dieci ore di interrogatorio a Campobasso testimoniano la volontà di non lasciare zone d’ombra. La scoperta della ricina – avvenuta attraverso le analisi tossicologiche disposte d’urgenza – ha di fatto riscritto la cronologia degli eventi, spostando l’attenzione dai cibi consumati durante il cenone alla manipolazione volontaria degli stessi.

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