Avvelenate di Campobasso, la cugina torna in questura: i vuoti di memoria sulla cena del 23 dicembre
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Redazione Interno
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Quattro ore e mezza di domande, un silenzio carico di attesa rotto solo dal ronzio dei registratori e dal passaggio di fascicoli. A distanza di otto giorni dal primo interrogatorio, Laura Di Vita, la cugina che dal 29 dicembre ospita a casa sua Gianni e Alice – rispettivamente padre e figlia maggiore della famiglia distrutta dalla morte di Antonella e della piccola Sara – è stata nuovamente convocata in questura a Campobasso. L’ingresso, avvenuto alle 15.30 di giovedì, e l’uscita, segnata sul verbale intorno alle 20, raccontano da soli la profondità del nuovo esame a cui gli investigatori della Squadra mobile l’hanno sottoposta. La donna, insegnante di sostegno di quarant’anni, laureata, non è una sconosciuta per gli inquirenti: abita proprio di fronte ai Di Vita, nella stessa palazzina a tre piani di Pietracatella che farebbe da scenario al presunto duplice omicidio volontario per avvelenamento da ricina.
I due interrogatori a sorpresa e il nodo della cena natalizia
Ciò che rende singolare questa nuova convocazione – la seconda in poco più di una settimana – è il fatto che Laura Di Vita fosse già stata ascoltata come persona informata sui fatti. Eppure, i pm e la Squadra mobile hanno ritenuto necessario rivedere il suo racconto, concentrandosi in particolare sui dettagli della cena del 23 dicembre, il pasto fatale che avrebbe esposto Antonella e la figlia minore Sara alla tossina letale. Secondo quanto trapela dagli ambienti giudiziari, senza che vi sia alcuna formalizzazione d’accusa, la versione offerta dalla cugina presenterebbe alcune zone d’ombra: non contraddizioni eclatanti, piuttosto vuoti di memoria o sequenze temporali poco coerenti rispetto ad altri elementi già acquisiti agli atti. La donna, che dal giorno successivo a quello della morte delle due parenti ha accolto in casa sua i superstiti, è stata sottoposta a un esame serrato sulla preparazione dei cibi, sulla gestione delle stoviglie e sui movimenti di tutte le persone presenti in quella palazzina nei giorni a cavallo di Natale.
L’abitazione di fronte e il ruolo della cugina nelle dinamiche familiari
Laura Di Vita non è un’estranea, bensì un tassello che gli investigatori stanno cercando di incastrare – o di scartare – con pazienza certosina. Vive a pochi metri dalla porta dell’appartamento dove sarebbe stato somministrato il veleno, e la sua prossimità geografica alla casa dei Di Vita l’ha resa, fin dall’inizio, una testimone privilegiata. Durante il lungo interrogatorio di giovedì, durato più di quattro ore, le sono state mostrate fotografie della tavola imbandita, ricevute di acquisti alimentari e persino una ricostruzione oraria delle visite reciproche tra le due famiglie. Gli inquirenti, evitando ogni suggestione, le hanno chiesto di ripetere per tre volte consecutive il resoconto della serata del 23 dicembre: chi ha cucinato, chi ha sparecchiato, se qualcuno si è lamentato di un sapore amaro o di un malore immediato. Le sue risposte, verbalizzate e controfirmate, verranno ora confrontate con le dichiarazioni di Gianni e di Alice, gli unici superstiti di quella cena.
L’indagine sulla ricina e la strategia degli ascolti ripetuti
La scelta di convocare nuovamente Laura Di Vita – senza che sia stata finora iscritta nel registro degli indagati – tradisce una strategia investigativa ben precisa: gli inquirenti cercano di cristallizzare una versione prima che possano intervenire condizionamenti o memorie appositamente rimpolpate. L’avvelenamento da ricina, come noto a chi segue i protocolli tossicologici, lascia tracce labilissime negli alimenti dopo pochi giorni, e proprio per questo il lavoro degli inquirenti si è spostato sulle dichiarazioni dei testimoni e sui movimenti delle persone presenti in casa. La cugina, che nella prima audizione aveva fornito un quadro apparentemente lineare, è stata richiamata per sciogliere un nodo specifico: la preparazione di un piatto che sarebbe stato consumato solo dalle due vittime e non dagli altri commensali. Su questo particolare, la donna avrebbe mostrato una titubanza che gli investigatori non hanno voluto lasciar cadere nel vuoto. Uscita dalla questura dopo le otto di sera, visibilmente provata ma senza alcuna dichiarazione ai cronisti, Laura Di Vita ha fatto ritorno a Pietracatella, dove continua a ospitare i parenti sopravvissuti. Il fascicolo, per ora, resta blindato.




