Disastro Nepal-Tibet, il bilancio sale a 579 morti. Le ragioni geologiche di una tragedia annunciata
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Redazione Esteri
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Il conto, purtroppo, si fa sempre più pesante. L'ultimo bollettino ufficiale diffuso dalle autorità nepalesi parla di 579 vittime accertate, mentre il numero dei dispersi si attesta ancora intorno ai 1.924, sebbene altre fonti riferiscano cifre che sfiorano le 2.400 persone non ancora raggiunte dai soccorsi. Tra queste, figurano cittadini di 36 nazionalità diverse, a testimonianza della vastità internazionale del disastro che ha colpito duramente il distretto di Rasuwa, al confine tra Nepal e Tibet.
La strada che collega Kathmandu a Lhasa, arteria fondamentale per i pellegrini e per i flussi commerciali, è stata letteralmente spazzata via dalla furia di un'onda anomala di fango e detriti, che ha trasformato il valico di Gyirong in un cimitero di infrastrutture e speranze.
Le dinamiche della valanga di roccia e ghiaccio
Mentre le squadre di soccorso, composte da oltre 5.000 uomini dell'esercito e della polizia nepalese, continuano a setacciare il fango alla disperata ricerca di superstiti, emergono dettagli inquietanti sulla dinamica di quanto accaduto il 26 agosto 2026. L'ipotesi iniziale di un classico Glof (esondazione di un lago glaciale) è stata superata da un quadro scientifico ben più complesso e, per certi versi, ancora più preoccupante.
Secondo Daniele Giordan, dirigente di ricerca dell'Istituto di Geoscienze del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), il fenomeno è stato innescato da una gigantesca frana di roccia avvenuta a circa 5.000 metri di quota. Un'immensa porzione di substrato roccioso, che si è portata dietro anche il fronte del ghiacciaio, è collassata innescando una valanga di roccia e ghiaccio, definita dagli esperti "rock ice avalanche". La massa, precipitando per un dislivello di circa 2.000 metri, ha acquisito una velocità e una forza erosiva tali da trasformarsi in una colata detritica, un vero e proprio muro di fango e detriti, capace di percorrere oltre 100 chilometri di vallata in pochi minuti. Non c'è stato il tempo di lanciare l'allarme, come ha confermato Giordan, e i testimoni superstiti hanno raccontato di un ruggito e di una colata marrone che ha spazzato via tutto ciò che incontrava.
Il ruolo del cambiamento climatico e la fragilità dell'alta quota
Tra le cause di questo disastro epocale, il cambiamento climatico gioca un ruolo indiretto ma determinante. Lo scioglimento del permafrost ad alta quota, l'aumento della circolazione dell'acqua nelle fratture della roccia e il progressivo ritiro dei ghiacciai creano le condizioni ideali per l'instabilità dei versanti, rendendo eventi di questo tipo statisticamente più probabili.
Come spiega Giordan, sebbene non sia possibile determinare con certezza il peso specifico della crisi climatica nel collasso di quella specifica parete, è innegabile che l'aumento delle temperature contribuisca a favorire questi fenomeni.
Una conferma indiretta arriva anche dall'Europa, dove i ghiacciai alpini sono sottoposti a uno stress analogo: la perdita di volumi di ghiaccio, l'instabilità dei versanti e la chiusura di tracciati alpinistici a causa del rischio di crolli sono fenomeni sempre più frequenti, come dimostrato dall'incidente sul ghiacciaio di Blatten, in Svizzera. L'area himalayana, però, è sterminata e non può essere monitorata con la stessa capillarità delle Alpi, rendendo queste comunità estremamente remote e vulnerabili.
Le vittime italiane e la risposta della Farnesina
Tra i quasi 600 cittadini stranieri dispersi risultano purtroppo tre italiani. Si tratta di una coppia di italo-svizzeri e del cittadino di Rapallo Marco Ratto, che al momento del disastro si trovava verosimilmente nella zona del confine, proprio dove l'onda d'urto ha distrutto il posto di frontiera.
Per coordinare le ricerche e fornire assistenza ai familiari, il Ministero degli Esteri italiano ha inviato a Kathmandu una task force dell'Unità di Crisi, guidata dal diplomatico Eugenio Bortolusso, che ha già verificato la posizione di un centinaio di connazionali presenti nell'area, senza tuttavia riuscire a rintracciare i tre dispersi.
La raccomandazione della Farnesina, rivolta a tutti gli italiani in zona, è di evitare le aree colpite, in particolare il valico di Gyirong, e di seguire scrupolosamente le indicazioni delle autorità locali, in un contesto in cui il pericolo di nuove inondazioni rimane concreto e incombente.
Un corridoio strategico cancellato e il rischio di nuovi allagamenti
La furia dell'acqua ha inoltre causato danni incalcolabili alle infrastrutture strategiche del corridoio Nepal-Cina. Il ponte di frontiera di Rasuwagadhi, che collega il Nepal al porto tibetano di Gyirong, è stato completamente distrutto. Questo valico, che è stato potenziato dalla Cina dopo il terremoto del 2015, era diventato il principale scalo commerciale terrestre per il Nepal, responsabile di circa il 30% del commercio bilaterale, attraverso il quale transitavano prodotti elettronici, abbigliamento e veicoli elettrici.
La sua distruzione rappresenta non solo un danno economico di immensa portata, ma anche un colpo alla strategia di diversificazione commerciale del Nepal, tradizionalmente dipendente dai collegamenti con l'India. A complicare ulteriormente il quadro, le autorità cinesi e nepalesi hanno lanciato l'allarme per la formazione di un nuovo lago naturale, creato dai detriti del ghiacciaio, che potrebbe rompersi e generare un'ulteriore ondata di piena.
Le operazioni di soccorso sono state più volte sospese e riprese in base al livello di pericolo, mentre il rischio di nuove esondazioni costringe le squadre di ricerca a operare in condizioni di estrema precarietà.
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