Alluvione Nepal-Tibet, sale a 469 il numero delle vittime accertate: cento operai ancora bloccati in un tunnel
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Redazione Esteri
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Sale a 469 il bilancio delle vittime accertate in seguito alle violente inondazioni che mercoledì scorso hanno colpito il Nepal, una cifra destinata purtroppo a salire ulteriormente considerato l'elevato numero di dispersi e le difficoltà operative che i soccorritori stanno incontrando sul terreno. Il dato, diffuso dalla polizia locale, comprende i corpi recuperati in diverse aree del Paese, a partire dal distretto di Rasuwa, il primo a essere stato investito dalla furia dell'acqua, fino a Chitwan, dove si contano 178 vittime.
Permane inoltre alta l'angoscia per la sorte di 28 agenti di polizia dei quali non si hanno più notizie, mentre in una zona impervia del Paese circa cento operai risultano bloccati all'interno di un tunnel, intrappolati dal fango e dalle macerie che hanno reso impraticabili le vie di fuga.
Il cedimento del ghiacciaio e l'onda anomala
Contrariamente a quanto inizialmente ipotizzato, non è stato un terremoto a innescare la catastrofe, bensì il crollo di una porzione rocciosa posta al di sopra del ghiacciaio dello Tsangbu Ri, un evento che ha generato un'onda sismica di magnitudo 4.4 rilevata mezz'ora prima che l'enorme massa d'acqua travolgesse i villaggi della valle del fiume Trishuli.
La scossa tellurica, insomma, è stata una conseguenza e non la causa del disastro: nella precipitosa discesa, il ghiaccio, a causa dell'aumento della temperatura alle quote inferiori e soprattutto per l'attrito interno generato dalla caduta, si è sciolto a velocità impressionante trasformandosi in una catastrofica ondata di acqua e detriti che ha spazzato via tutto ciò che ha incontrato lungo il percorso.
Una dinamica che gli esperti hanno paragonato, per la sua violenza e per la massa di materiale coinvolto, a quella del Vajont, sebbene in un contesto geografico e climatico profondamente diverso.
I dispersi italiani e le verifiche della Farnesina
Permane un'ombra pesante sulla sorte dei tre turisti italiani dispersi nell'alluvione, una vicenda che tiene col fiato sospeso le rispettive famiglie e che ha spinto la Farnesina ad attivare immediatamente la macchina dei soccorsi e delle verifiche per accertare le condizioni di tutti i connazionali presenti nelle zone colpite.
Tra i dispersi figura il rapallese Marco Ratto, un orologiaio di 57 anni, e una coppia italo-svizzera della quale si sono perse le tracce mentre si trovava in viaggio dal Tibet verso il Nepal, un itinerario che attraversa proprio le aree montuose più esposte al rischio di nuove esondazioni. Le segnalazioni e gli elenchi dei turisti sono stati vagliati con attenzione dalle autorità consolari, mentre le speranze di rivedere vivi i tre connazionali si affievoliscono con il passare delle ore, complice il perdurare delle condizioni meteo avverse che ostacolano le operazioni di ricerca.
La ricostruzione della scuola e l'impegno dei volontari cremonesi
A fare da contraltare alla tragedia, seppur in un contesto di grande sofferenza, c'è la storia della scuola Khaniyakharka, nel distretto di Nuwakot, che è stata miracolosamente risparmiata dalla furia dell'acqua e che rappresenta un piccolo simbolo di rinascita in un Paese devastato dalle calamità naturali.
Era l'estate del 2015 quando l'Organizzazione di Volontariato PASSOdopoPASSO, fondata ad Alessandria e successivamente ampliatasi a Cremona, avviò il progetto "Attraverso i miei occhi" per sostenere la struttura scolastica, gravemente danneggiata dal terremoto di quell'anno, e grazie all'impegno dei volontari e alla generosità dei donatori la scuola è stata interamente ricostruita.
L'opera di sostegno, proseguita negli anni con la fornitura di generi alimentari e materiale didattico, ha permesso all'istituto di resistere anche a questa nuova, drammatica prova: il consigliere dell'Odv Salvatore Belluardo, vigile del fuoco cremonese attualmente in contatto con il personale della struttura per valutare i danni dell'esondazione del fiume Trishuli, ha potuto appurare che l'edificio è ancora in piedi, un piccolo segnale di speranza in mezzo alla desolazione.
L'allerta sui bacini himalayani
Il quadro complessivo resta comunque estremamente grave e le autorità nepalesi hanno lanciato un'allerta massima per l'intera regione himalayana, dove due bacini artificiali situati ai lati del confine tra Nepal e Tibet rischiano di cedere a loro volta, aggravando ulteriormente una situazione già di per sé critica. La presenza di enormi quantità di acqua e detriti accumulati a monte rappresenta una minaccia concreta per le popolazioni che vivono a valle, costrette a fronteggiare non solo l'emergenza immediata ma anche lo spettro di nuove e improvvise ondate di fango.
Le operazioni di soccorso, coordinate dalla polizia locale con il supporto dell'esercito, procedono a rilento a causa dell'instabilità del terreno e delle difficoltà logistiche, mentre gli operatori umanitari si adoperano per garantire assistenza alle migliaia di sfollati che hanno perso tutto e che ora attendono disperatamente aiuti in un clima di crescente tensione.
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