Trump torna alla carica con dazi al 100% sui farmaci, nel mirino anche le aziende italiane
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Redazione Esteri
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La data del 2 aprile, attesa per un annuncio che potrebbe riscrivere le regole del commercio globale, si avvicina e con essa l’ombra di una nuova, pesantissima misura protezionistica. L’amministrazione Trump, come riportato da fonti qualificate citate dal Financial Times e da Bloomberg, sarebbe pronta a svelare un piano che prevede dazi fino al cento per cento sui farmaci importati. Una percentuale, questa, che non rappresenta un semplice rialzo marginale, bensì una vera e propria arma di rottura, capace di stravolgere le catene di fornitura consolidate da decenni. L’obiettivo dichiarato – o meglio, la leva negoziale – è quello di colpire direttamente le aziende che non hanno ancora accettato le condizioni imposte dalla Casa Bianca, condizioni che mirano a garantire prezzi calmierati sul mercato statunitense e a spingere i colossi del settore a delocalizzare la produzione negli Stati Uniti.
Una pressione che diventa industriale
Non ci si trova, in questo caso, di fronte a una classica guerra commerciale fatta di ritorsioni tariffarie fine a sé stesse. La strategia di Trump – che è tornato alla Casa Bianca con un mandato chiaramente orientato a rimodellare le relazioni economiche internazionali – utilizza il commercio come un preciso strumento di pressione industriale. Le nuove tariffe, che potrebbero scattare per quelle aziende sprovviste di un accordo formale con l’amministrazione, si accompagnano a una richiesta esplicita: aumentare la produzione di farmaci all’interno dei confini americani. Una mossa che, se confermata, metterebbe in seria difficoltà l’intero comparto farmaceutico europeo, a cominciare da quello italiano. Le nostre aziende, storicamente attive nella ricerca e nella produzione di principi attivi e medicinali finiti, si troverebbero improvvisamente a dover scegliere tra l’erosione dei margini (causata da un dazio proibitivo) e costosi piani di rilocalizzazione negli Stati Uniti.
Rischio concreto per l’industria italiana
Lo spettro dei dazi, già evocato in passato su acciaio e tecnologie, torna dunque a gettare un’ombra lunga su un settore strategico per l’export italiano. Il timore, come sottolineano le anticipazioni stampa, è che l’annuncio – previsto nell’arco di pochissime ore – segni l’ennesima via crucis nei rapporti con la politica economica americana. Le aziende italiane del farmaco, alcune delle quali già esposte alle tensioni derivanti dalla guerra in Medio Oriente (un altro fronte che ha complicato le catene logistiche e l’approvvigionamento di materie prime), rischiano ora di subire un doppio colpo. Da un lato, la difficoltà di riconvertire rapidamente gli stabilimenti; dall’altro, la prospettiva di perdere competitività rispetto ai giganti locali che, beneficiando della protezione tariffaria, potrebbero espandere la loro quota di mercato.
L’attesa per l’annuncio del 2 aprile
Mentre i mercati trattengono il fiato e i rappresentanti del settore cercano di decifrare le reali intenzioni dell’amministrazione, il rinvio a questa data simbolica non è certo casuale. Trump ha sempre prediletto l’effetto sorpresa e la negoziazione attraverso la minaccia credibile; in questo caso, l’asticella è stata alzata fino a un livello che lascia poco spazio a interpretazioni ottimistiche. Le fonti, pur non entrando nel dettaglio dei farmaci colpiti né dei tempi esatti di entrata in vigore, concordano su un punto: la misura è pronta. Per l’industria farmaceutica italiana, che guarda con preoccupazione a questo ennesimo scossone geopolitico, la partita si gioca ora sulla capacità di negoziare accordi bilaterali – o, in alternativa, di assorbire un costo che rischia di essere proibitivo. Nessuna ipotesi è al momento scartata, ma il messaggio proveniente da Washington appare chiaro: chi non investe in America, pagherà un prezzo salato.




