La parabola infinita di Alex Zanardi, quel sorpasso ai limiti del possibile e l’addio a un campione senza gambe ma con un motore dentro

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Non ci sono parole che possano restituire l’esatta misura di un uomo che aveva fatto della mancanza una ragione di abbondanza, eppure il tentativo di farlo – per quanto vano – si accompagna inevitabilmente alla notizia della sua scomparsa. Alex Zanardi non è più tra noi, e il vuoto che lascia, dicono quelli che lo hanno incrociato anche solo per un istante, è simile a quello che si prova quando si spegne un faro in una notte senza luna: tutto intorno diventa più confuso, più piatto, più privo di quella traiettoria imprevedibile che lui, invece, ha impresso a ogni sua giornata. Luca Pancalli, che di sport e di disabilità ha fatto una ragione di vita, lo ha definito “grande atleta e un uomo infinito”, aggiungendo che Zanardi ci ha insegnato a superare i limiti. Non una frase di circostanza, ma quasi una certificazione di uno stile di vita che il campione emiliano aveva trasformato in una sorta di religione laica, fatta di pedali azionati con le braccia, di sterzate secche e di quel sorriso beffardo che sembrava sempre dire: “Vedete? Si può”.

Il lutto cittadino a Noventa Padovana e il rispetto per una famiglia che decide

La comunità che lo ha accolto – quella di Noventa Padovana, dove Zanardi risiedeva da anni – si prepara ora a restituire il gesto, seppure in forma minore e dolorosa. Il giorno del funerale sarà dichiarato lutto cittadino. Lo ha annunciato chi amministra quel territorio, mettendosi a disposizione della famiglia con quel “dovuto rispetto che si deve a situazioni come queste”. Saranno i parenti più stretti a decidere data, luogo e forma delle esequie, come è ovvio che sia. E in quelle ore Noventa cercherà “la maniera di tenere viva la sua memoria”, una memoria che – è il caso di ricordarlo – ha saputo essere rispettosa anche negli anni difficili, quelli del lungo calvario dopo il gravissimo incidente in handbike del 2020. Non ci sono ancora dettagli sulle esequie, né sulle modalità esatte del rito, perché il riserbo in queste circostanze non è una mancanza ma una necessità. Quel che si sa è che il paese intero, quello che gli ha visto attraversare le strade con la sua carrozzina spinta dai muscoli e dalla volontà, si fermerà per un giorno intero.

Laguna Seca, il sorpasso impossibile e il destino incrociato con Senna a Imola

Per capire chi fosse Zanardi, però, forse non bastano le cronache dei funerali né le dichiarazioni ufficiali. Serve tornare indietro, molto indietro. Al 1996, per esempio, quando a Laguna Seca – in California – compì una manovra che ancora oggi viene studiata come un teorema di fisica applicata all’incoscienza. Era alla guida della Reynard-Honda nel campionato Cart, e all’ultimo giro attaccò il leader della corsa, Bryan Herta, proprio in quel punto maledetto e geniale che chiamano “il cavatappi”. Lo sorpassò dove non c’era spazio nemmeno per una bicicletta, figuriamoci per una vettura da corsa. Gli americani, che non si emozionano facilmente, impazzirono. Lui, invece, raccontò anni dopo che in quel momento non pensò a nulla di speciale: solo alla traiettoria, al bordo del cordolo, alla fiducia cieca nell’aderenza delle gomme. Una fiducia che, paradossalmente, era la stessa che lo aveva portato a non smettere di guidare nemmeno dopo l’amputazione di entrambe le gambe, avvenuta nel 2001 a seguito di un terribile incidente sul circuito tedesco di Lausitz.

E poi c’è Imola. Un nome che nel mondo dei motori è una sorta di epitaffio collettivo, ma per Zanardi rappresentava anche un luogo di confronto silenzioso con Ayrton Senna. I due, campioni diversissimi nello stile ma accomunati da quella che lui chiamava “fame di asfalto”, sono stati uniti per sempre da una combinazione di curve e di date. In un lontano settembre del 2008, all’autodromo di Romagna, Zanardi uscì per un giro da dieci minuti e non rientrò. Lo cercarono, lo aspettarono, qualcuno temette il peggio. Poi si ripresentò con il muso di una Bmw a pezzi e un carico di ghiaia dentro le fiancate. E rise. Rise perché era ancora vivo, e perché aveva capito ancora una volta che “grazie ai motori” può capitare di tutto. Le divinità delle due e quattro ruote, diceva Zanardi, sono crudeli e capricciose. Lui le aveva sfidate talmente tante volte da avere imparato a conviverci, quasi a trattarle come vecchie conoscenze.

Malagò e quell’aneddoto delle 9.42: l’amicizia e la precisione da cronometro

C’è un’altra storia, meno nota forse, che aiuta a completare il ritratto. La racconta Giovanni Malagò, che con Zanardi aveva un rapporto speciale – non solo perché i successi più importanti il campione li ha ottenuti con i colori del Circolo Aniene. “Un giorno venne a Roma per correre la maratona con l’handbike”, ha ricordato l’ex presidente del Coni. E aggiunse un dettaglio che sembra uscito da un copione: “Alex mi disse: ‘domani passo davanti al Circolo tra le 9.42 e le 9.43’”. Non un minuto di tolleranza, non “verso le dieci”. Una finestra di sessanta secondi, dichiarata con la stessa sicurezza con cui lui impostava una traiettoria di sorpasso. E puntuale, crudelmente puntuale, passò. Malagò, sui social, ha scritto che Zanardi ci ha insegnato che “un ostacolo non è la fine del percorso, ma l’inizio di una nuova sfida”. Parole che pesano perché pronunciate da chi quella sfida l’ha vista con i propri occhi, non in televisione. E che acquistano un senso ancora più profondo se le associamo a un’altra frase di Zanardi, vecchia di quasi vent’anni: “Avevo perso le gambe, ma trovato tanto altro grazie ai motori”.

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