Hamas libererà tre ostaggi sabato, tra cui un russo e un americano

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il rilascio di tre ostaggi, previsto per sabato 15 febbraio, rappresenta un nuovo passo nell’ambito degli accordi tra Hamas e Israele, che prevedono uno scambio con detenuti palestinesi. I tre uomini, tutti con doppia cittadinanza, saranno liberati in due diverse località della Striscia di Gaza. Si tratta di Aleksandr (Sasha) Trufanov, 29 anni, cittadino russo-israeliano, Saguy Dekel-Chen, 36 anni, israeliano-americano, e Yair Horen, 46 anni, israeliano-argentino.

Trufanov, trattenuto dalla Jihad islamica, verrà rilasciato a Khan Yunis, nel sud della Striscia, mentre Dekel-Chen e Horen, in mano a Hamas, saranno liberati altrove. I tre furono sequestrati il 7 ottobre scorso durante l’assalto al kibbutz di Nir Oz, un episodio che ha segnato uno dei momenti più critici del conflitto. La notizia del rilascio è stata confermata dall’ufficio del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, che ha accettato la lista dei nomi trasmessa da Hamas attraverso i mediatori.

Le Brigate al-Qassam, braccio armato di Hamas, hanno annunciato via social l’imminente liberazione, ribadendo il rispetto degli accordi sul cessate il fuoco. Netanyahu, da parte sua, ha mantenuto un tono fermo, avvertendo che, qualora il rilascio non avvenisse, Israele sarebbe pronto a «combattere duramente».

Intanto, a Tel Aviv, una manifestazione ha riunito centinaia di persone per chiedere il ritorno a casa di tutti gli ostaggi ancora detenuti. L’evento, organizzato da familiari e attivisti, ha riacceso i riflettori su una questione che continua a dividere l’opinione pubblica israeliana, tra chi sostiene la necessità di negoziati e chi invoca una risposta militare più decisa.

Il rilascio di sabato rientra nel sesto scambio tra le parti, un meccanismo che, nonostante le tensioni, ha permesso finora la liberazione di diverse persone. Restano però ancora molti ostaggi nelle mani dei gruppi armati, un fatto che alimenta preoccupazioni e proteste, mentre il governo israeliano cerca di bilanciare pressioni interne e strategie diplomatiche.

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