Zelensky conferma colloqui a Miami: “Proseguono i negoziati con gli inviati di Trump”
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Redazione Esteri
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Il primo giorno del vertice tra la delegazione ucraina e gli inviati della Casa Bianca a Miami si è concluso con una dichiarazione che, pur nella sua formula standardizzata, lascia intendere la complessità del momento. Il presidente Volodymyr Zelensky, nel suo tradizionals discorso serale, ha confermato che la sua squadra si trova attualmente negli Stati Uniti e che si è già tenuto un incontro con il Rappresentante Speciale per le Missioni di Pace, Steve Witkoff, e con Jared Kushner, figura chiave nell’entourage del presidente americano Donald Trump. Gli occhi – va da sé – restano puntati sulla possibilità di finalizzare un nuovo incontro trilaterale che includa Mosca, un appuntamento rinviato a causa dell’escalation in corso in Iran e che rappresenta il vero banco di prova per la tenacia diplomatica di Washington.
I contatti in Florida, secondo quanto riferito dal capo negoziatore Rustem Umerov, avrebbero registrato dei “progressi”, un termine generico che tuttavia cela la delicatezza dei dossier sul tavolo. Si discute dei documenti volti a porre fine alla guerra, ma l’atmosfera resta tesa. Zelensky ha sottolineato con una certa amarezza un cambio di percezione: a suo avviso, l’amministrazione Trump appare ora concentrata principalmente sulle dinamiche belliche in Iran, quasi a distogliere lo sguardo dall’immediatezza del conflitto ucraino. Nonostante ciò, Witkoff ha definito gli incontri con Kiev “costruttivi”, una valutazione che, pur non tradendosi in annunci concreti, suggerisce che il dialogo diretto non si sia interrotto.
La spia europea: Budapest, Mosca e il filo rosso delle rivelazioni del Washington Post
Mentre i riflettori erano accesi sulle coste della Florida, un’altra vicenda diplomatica ha scosso le cancellerie europee, emergendo con la forza di un’inchiesta che mette a nudo le fratture interne all’Unione. Il quotidiano The Washington Post ha pubblicato una rivelazione destinata ad alimentare polemiche per settimane: secondo un anonimo funzionario europeo della sicurezza, le autorità ungheresi da tempo fornirebbero a Mosca una finestra privilegiata sulle discussioni più riservate che si svolgono ai vertici dell’Ue. Il tramite individuato sarebbe il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, il quale, come riportato dall’inchiesta, avrebbe l’abitudine di telefonare all’omologo russo Sergej Lavrov proprio nelle pause che intercorrono tra le riunioni del Consiglio.
La dinamica, se confermata, configurerebbe una pratica spionistica di basso profilo ma di altissimo impatto politico. Il premier polacco Donald Tusk, raccogliendo il testimone della notizia, ha dichiarato di sospettare da tempo questo schema: l’Ungheria informerebbe Mosca sui retroscena dei summit europei, quasi in tempo reale. Una rivelazione che arriva in una fase cruciale per la campagna elettorale ungherese, gettando un’ombra lunga sulle relazioni tra Budapest e i partner occidentali, e riaccendendo il dibattito sulla lealtà di Orbán all’interno di un’alleanza già messa a dura prova dalla gestione del conflitto.
Media americani: dossier di intelligence e la trama delle informazioni segrete
Il quadro che emerge dalle fonti statunitensi va oltre la semplice indiscrezione. Secondo la ricostruzione del Washington Post, che cita fonti di intelligence, l’operazione di trasferimento di informazioni sarebbe sistematica: non si tratterebbe di episodi isolati, ma di un flusso costante di dati riservati. Il ministro Szijjártó, in quelle telefonate fatte nei corridoi di Bruxelles, non si limiterebbe a raccontare l’andamento delle riunioni, ma avanzerebbe vere e proprie proposte alle autorità di Mosca, fungendo da cassa di risonanza per gli interessi russi all’interno del consesso europeo.
Questa dinamica, definita da alcuni osservatori come una “finestra spia” sul cuore pulsante dell’Unione, solleva interrogativi inquietanti sulla sicurezza interna dell’apparato comunitario. La rivelazione arriva a pochi giorni dall’annuncio di nuove iniziative diplomatiche per l’Ucraina, e rischia di minare ulteriormente la fiducia nei meccanismi di voto e di condivisione delle informazioni, specialmente in un momento in cui la Commissione cerca di trovare una linea comune sulla ricostruzione e sugli aiuti militari. La vicenda, che coinvolge il governo di Viktor Orbán in maniera diretta, rappresenta un nuovo, pesante capitolo nelle frizioni tra l’establishment di Bruxelles e il governo nazional-conservatore ungherese.
Il vertice di Miami e le traiettorie interrotte del dialogo trilaterale
Ritornando al tavolo negoziale in Florida, la presenza contemporanea di Witkoff e Kushner – figure che godono della fiducia personale di Trump – indica la volontà dell’amministrazione di mantenere un controllo stretto sul file ucraino, bypassando talvolta i canali diplomatici tradizionali. L’obiettivo dichiarato resta quello di finalizzare un incontro trilaterale con i russi, un format che sembra essere stato messo in stand-by per l’acuirsi delle tensioni in Medio Oriente, ma che rappresenta l’unica via per sbloccare le trattative.
Il capo negoziatore Umerov ha parlato di “progressi”, ma le dichiarazioni del presidente Zelensky rivelano una certa impazienza nei confronti dell’alleato americano. La lamentela secondo cui gli Stati Uniti sarebbero “ora concentrati principalmente sulla guerra in Iran” fotografa un momento di disallineamento strategico: mentre Kiev cerca di mantenere alta l’attenzione sulla resistenza contro Mosca, la Casa Bianca sembra chiamata a gestire una crisi parallela che rischia di risucchiare risorse e attenzione. In questo contesto, il lavoro dei negoziatori si fa sempre più complesso, chiamati a districarsi tra documenti da finalizzare, agende politiche divergenti e la necessità di non far naufragare l’ipotesi di un nuovo vertice con Mosca.




