Trump frena i raid contro gli huthi: il Pentagono era pronto, poi lo stop
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Redazione Esteri
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La decisione è arrivata quando gli aerei da combattimento erano già stati caricati con gli ordigni e la lista degli obiettivi era stata approvata. Donald Trump ha annullato all'ultimo momento un'offensiva aerea statunitense contro gli huthi nello Yemen, nonostante le insistenze del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman.
Secondo un retroscena del New York Times, il presidente americano aveva inizialmente ordinato al Pentagono di preparare gli attacchi dopo una seconda telefonata con il principe, salvo poi fare marcia indietro domenica, quando l'operazione era ormai imminente.
Il pressing di Riad e il cambio di rotta
La richiesta saudita era stata esplicita. Nella prima conversazione, avvenuta la settimana scorsa, il principe Mohammed bin Salman aveva chiesto a Trump un intervento militare diretto contro il movimento yemenita, offrendo in cambio il proprio sostegno politico. In quella circostanza il presidente americano si era limitato a garantire assistenza sotto forma di intelligence e dati per l'individuazione dei bersagli.
Poi, dopo una seconda chiamata, la posizione si era irrigidita: gli ordini al Pentagono erano partiti, il segretario alla Difesa Pete Hegseth era rientrato a Washington in anticipo e il comandante del Centcom, l'ammiraglio Brad Cooper, aveva presentato le opzioni di attacco. A quel punto, però, è scattato il freno.
Il peso del petrolio e lo spettro di un nuovo fronte
Dietro la marcia indietro ci sono considerazioni di carattere economico e strategico. Il timore principale, secondo quanto riportato da Axios e confermato da funzionari citati dal NYT, è che un attacco statunitense innescasse una ritorsione degli huthi contro lo Stretto di Bab el-Mandeb, la porta d'accesso al Mar Rosso che collega l'Europa all'Asia.
Da luglio, il gruppo yemenita ha già preso di mira diverse navi cisterna saudite, e un'eventuale chiusura del passaggio farebbe impennare ulteriormente il prezzo del greggio, già oltre i 100 dollari al barile a causa della crisi nello Stretto di Hormuz.
Gli equilibri militari sul terreno
La cautela americana si inserisce in un quadro militare in rapido deterioramento. Nelle scorse settimane gli huthi hanno condotto un'offensiva lampo lungo la costa occidentale yemenita, conquistando la città portuale di Mocha e una serie di isole strategiche tra cui Perim, nel cuore dello Stretto di Bab el-Mandeb. Il portavoce militare del gruppo, Yahya Saree, ha dichiarato che la navigazione attraverso lo stretto è «sicura» per tutte le imbarcazioni tranne quelle saudite, confermando di fatto una campagna mirata contro il regno.
Sul fronte opposto, le forze governative yemenite sostenute da Riad hanno annunciato una controffensiva, mentre l'esercito saudita ha intensificato i raid aerei sulle posizioni degli huthi.
La risposta diplomatica e i numeri della crisi
La decisione di Trump ha evitato, per ora, l'apertura di un secondo fronte militare americano in Medio Oriente, ma non ha placato le preoccupazioni internazionali. Il gruppo dei Sette ha diffuso una dichiarazione congiunta in cui definisce l'escalation yemenita una «minaccia inaccettabile per la stabilità regionale e la sicurezza energetica mondiale». Sul piano umanitario, l'offensiva degli huthi ha provocato oltre 500 vittime e ha spinto circa 46.000 persone ad abbandonare le proprie case, secondo i dati diffusi dall'agenzia delle Nazioni Unite per le migrazioni.
Migliaia di sfollati hanno cercato rifugio a Gibuti, attraversando il Golfo di Aden su imbarcazioni di fortuna.
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