Luci spente al Kennedy Center, la protesta degli artisti contro l'intitolazione a Trump
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Un milione di dollari: è la penale che il musicista Chuck Redd rischia ora di dover pagare per aver annullato il suo consueto concerto di Natale. La sua decisione, presa in solitaria, rappresenta però soltanto il primo atto di una contestazione più ampia, che ha trovato il suo culmine simbolico nelle silenziose e buie sale del centro la notte di Capodanno. La mossa di Redd, infatti, è stata una reazione diretta al cambio di denominazione dell'istituzione, sancito dal voto del nuovo board il 18 dicembre. Quel consiglio di amministrazione, dove siedono figure vicine all'attuale inquilino della Casa Bianca, ha eletto alla sua presidenza il fedelissimo Richard Grenell, mentre lo stesso Trump ne è divenuto chairman, un ruolo che non prevedeva una così esplicita connotazione presidenziale.
Un nome sulla facciata che divide
Nelle settimane seguenti, sulla maestosa facciata dell'edificio che si affaccia sul Potomac è comparsa materialmente la nuova intitolazione, un gesto percepito da molti come la consacrazione di un culto della personalità dentro un tempio della cultura nazionale. Quel tempio, nato per celebrare l'eredità di John Fitzgerald Kennedy, è storicamente considerato un faro per la scena artistica liberale, il che spiega, almeno in parte, l'intensità della reazione. L'aggiunta del nome del presidente in carica, un uomo il cui rapporto con il mondo dell'arte è stato spesso conflittuale, ha agito da detonatore, trasformando una serie di malumori sparsi in un boicottaggio coordinato. Molti, tra direttori artistici e organizzatori di eventi, hanno parlato di una frattura pericolosa, di una politicizzazione forzata di uno spazio che dovrebbe essere al di sopra delle parti.
La cancellazione che risuona più di una nota
Se la scelta di Redd poteva apparire come un caso isolato, il seguito degli eventi ha dimostrato il contrario. A pochi giorni dal Capodanno, anche i celebrati The Cookers hanno annunciato a loro volta la rinuncia allo spettacolo tradizionale di fine anno, privando Washington del suo concerto più atteso. La band, un ensemble di jazzisti leggendari, avrebbe dovuto esibirsi "nel fuoco del Soul", come prometteva la campagna promozionale, ma ha preferito il silenzio della protesta al fragore delle note. La loro defezione, comunicata con appena quarantotto ore di preavviso, ha lasciato il palco vuoto e le sale deserte, un'immagine potente che ha fatto il gioco del mondo. La motivazione, espressa senza mezzi termini, punta il dito contro quella che viene vista come una deriva pericolosa: il passaggio, non troppo sottile, dal culto dell'istituzione pubblica al culto della personalità di un singolo uomo.
Le reazioni e il futuro di un'istituzione
Dall'altra parte, la risposta del direttore del centro non si è fatta attendere, liquidando le proteste come frutto del lavoro di "pazzi ingaggiati dalla sinistra", in un'escalation verbale che riflette la polarizzazione del dibattito nazionale. Mentre la polemica infuria, alimentata da dichiarazioni accese e prese di posizione nette, l'attenzione si sposta ora sulle conseguenze pratiche e simboliche di questa frattura. L'istituzione, che rischia di vedere svuotarsi il suo cartellone, si trova a dover bilanciare le pressioni politiche del suo nuovo board con la necessità di mantenere la sua credibilità nel panorama culturale internazionale. Gli sviluppi giudiziari, d'altro canto, rimangono in secondo piano, almeno per il momento, rispetto alla battaglia delle pubbliche relazioni in corso.




