La città dei vivi, al via le riprese del film di Gabbriellini tra cronaca e dramma generazionale

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Sono ufficialmente partite a Roma le riprese de La città dei vivi, il nuovo lungometraggio diretto da Edoardo Gabbriellini, un’opera che, come annunciato nei giorni scorsi dagli addetti ai lavori, si appresta a trasporre sul grande schermo il romanzo bestseller di Nicola Lagioia. La pellicola, che rappresenta il quarto lavoro da regista per Gabbriellini dopo Padroni di casa e Holiday, si muove lungo il crinale sottile che separa la ricostruzione storica dall’indagine psicologica, scegliendo di non limitarsi alla nuda cronaca di uno degli episodi di cronaca nera più agghiaccianti che abbiano segnato la Capitale negli ultimi anni. A fare da sfondo alle riprese, appena iniziate tra le strade della città, è la vicenda di Luca Varani, il giovane di ventitré anni ucciso nella notte tra il 4 e il 5 marzo del 2016: un delitto che, per le sue modalità inspiegabili e per la giovane età della vittima, lasciò un’impronta indelebile nel tessuto urbano.

Un’ispirazione letteraria e un cast che mescola nomi noti e nuove promesse

Il progetto, liberamente ispirato all’omonimo libro edito da Einaudi, si avvale di una sceneggiatura curata dai fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, i quali rivestono anche il ruolo di executive producers. La loro firma, che nella scrittura cinematografica italiana contemporanea rappresenta un marchio distintivo per la capacità di esplorare le zone d’ombra della provincia e della periferia esistenziale, suggerisce già una certa inclinazione a scardinare i meccanismi della classica narrazione processuale. Nel cast figurano Valerio Mastandrea, attore romano da sempre molto amato dal pubblico, affiancato dal protagonista Emanuele Maria Di Stefano, il quale si trova così a interpretare il ruolo centrale di una tragedia che, otto anni dopo, continua a esercitare un fascino morboso sull’opinione pubblica. Accanto a loro, completano il quadro attoriale Gaia Merlonghi, Simona Senzacqua e Roberta Mattei, in un ensemble che promette di restituire la complessità dei legami umani spezzati da quell’evento.

Dalla cronaca giudiziaria all’analisi sociale: le radici di una violenza cieca

Se il punto di partenza narrativo è indissolubilmente legato al nome di Luca Varani, la regia di Gabbriellini — così come emerso dalle prime informazioni di produzione — sembra voler operare uno slittamento di prospettiva. L’obiettivo dichiarato non è quello di limitarsi a una pedissequa ricostruzione dei fatti, né tantomeno di soffermarsi sugli sviluppi giudiziari che hanno portato alla condanna dei responsabili, quanto piuttosto di immergersi nelle radici più profonde di una violenza definita dagli stessi autori come “cieca e insensata”. La sceneggiatura, pertanto, scava nel contesto sociale ed emotivo di una generazione descritta come “in bilico tra fragilità e sogni fuori fuoco”, cercando di restituire il ritratto di un ambiente in cui il confine tra vittima e carnefice, seppur netto sul piano penale, si fa labile su quello delle motivazioni esistenziali. Si tratta di un’operazione che, prendendo le mosse da un caso di cronaca nera che ha gelato l’Italia, tenta di trasformare la cronaca in un affresco corale sulle contraddizioni della Roma contemporanea.

Un set romano tra attese emotive e la sfida della ricostruzione

La scelta di Roma come set principale non è casuale: la capitale, con la sua capacità di essere al contempo scenografia monumentale e crogiolo di periferie dimenticate, diventa essa stessa un personaggio del film. Le riprese, attualmente in corso, stanno trovando accoglienza in vari luoghi della città, in un clima di attesa palpabile da parte di chi ricorda ancora l’eco mediatica di quella vicenda. La produzione, che vede coinvolto anche un laboratorio per attori diretto da Paolo Ciriello, ha ereditato una responsabilità non indifferente: raccontare il dolore di una famiglia senza scadere nello sfruttamento commerciale della tragedia. Affidando la scrittura ai D’Innocenzo e la regia a Gabbriellini — già noto per la sua capacità di osservare le dinamiche di gruppo con uno sguardo clinico — il progetto cerca di trovare un equilibrio tra la necessità di fedeltà emotiva ai fatti e l’urgenza di un discorso più ampio, capace di interrogare lo spettatore sulle cause profonde di un’esplosione di violenza tanto improvvisa quanto devastante.

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