Edoardo Gabbriellini e “La città dei vivi”: «Ho raccontato Luca Varani, non il delitto»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un istante preciso in cui una persona smette di esistere e comincia la notizia. Da quel momento Luca Varani non è più un ragazzo di ventitré anni, ma un caso di cronaca, un titolo, un nome che rimanda a un appartamento di via Igino Giordani e a una violenza inaudita. Edoardo Gabbriellini, nel suo film La città dei vivi, liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Nicola Lagioia, sceglie di tornare all’attimo prima, di filmare quel ragazzo prima che diventasse una notizia.
«Quando succedono fatti del genere, mi sembra che le vittime vengano lasciate indietro», ha spiegato il regista incontrando la stampa. «È meno sexy la vittima rispetto ai carnefici e al provare ad analizzare e a speculare sul male nella sua banalità. L’idea di farne un racconto di formazione e di giovinezza che s’interrompe, quindi, mi sembrava la più interessante da fare».
Un delitto senza spiegazione, un film che rinuncia a cercarla
I fatti risalgono al marzo del 2016, quando in un anonimo appartamento della periferia romana Luca Varani viene seviziato per ore da Manuel Foffo e Marco Prato, due ragazzi di buona famiglia più grandi di lui, e trascinato a una morte lenta e atroce. Il romanzo-inchiesta di Lagioia procedeva per cerchi concentrici, interrogando padri e figli, addentrandosi nel contesto sociale di una Roma invivibile eppure traboccante di vita, presa d’assalto da topi e animali selvatici, stravolta dalla corruzione e dalle droghe.
Gabbriellini compie invece una potatura radicale e coraggiosa: amputa il punto di vista degli assassini, che nel libro pesava moltissimo, e non racconta nulla di loro. Restano fuori campo anche le implicazioni sociali e politiche, ogni tentazione di sociologia. Tutto si concentra sulla famiglia di Luca, sulla sua ragazza, sull’onda d’urto che il delitto lascia dietro di sé. È una scelta fortissima rispetto alla pagina, eppure condivisibile, perché sposta la domanda dal «perché lo hanno fatto» all’unica che il cinema può ancora porre con pudore: chi era, lui.
«Di fronte alla complessità e la profondità dell’affresco che fa Nicola nel libro, immediatamente avevo pensato che il modo migliore per me fosse cercare un fuoco stretto, intimo, per dare respiro alla storia, alla vittima, in questo caso alla vita di Luca Varani, partendo dall’assunto di farne un racconto di formazione interrotto da un destino tragico», ha spiegato Gabbriellini. Un approccio che ha conquistato anche l’autore del libro: «Quando ho visto il film sono rimasto molto colpito, molto commosso per il modo in cui Edoardo ha ribaltato la prospettiva rispetto al libro. Io racconto la storia soprattutto da un punto di vista degli assassini, Marco Prato e Manuel Foffo, mentre Edoardo si concentra sulla vita di Luca Varani e di Marta Gaia Sebastiani, la sua fidanzata. Ha significato cambiare il punto di vista, il che non significa cambiare i fatti, o il modo in cui è composta una storia, ma illuminarla in maniera diversa, quindi per me è stato come leggere il capitolo mancante del libro».
La doppia vita di Luca, tra soldi facili e ingenuità
Il Luca di Emanuele Maria Di Stefano non è uno studente modello e presto abbandona i banchi, mentendo ai genitori e all’insegnante. Distribuisce curriculum che finiscono in un cestino, vagabonda, si perde alle macchinette del videopoker, litiga e si rimette con Marta, cameriera che paga la pizza al posto suo mentre lui, che un lavoro non ce l’ha, le mente per non farle spendere troppo. In questa terra di mezzo fatta di orgoglio ferito e soldi che non bastano mai, Luca scivola nella prostituzione. Un incontro casuale gli fa conoscere un mondo diverso, ed è l’inizio di una doppia vita.
La sua storia è quella di un ragazzo adottato e cresciuto con amore da una coppia di genitori romani, il padre Giuseppe venditore ambulante di dolciumi e frutta secca interpretato da Valerio Mastandrea, la madre Silvana, e una fidanzata che lo vorrebbe con le idee un po’ più chiare sul suo futuro. «Per me era interessante raccontare una stagione della vita in cui molte cose sono complicate e meravigliose, ci sono tante promesse e nessuna garanzia e quindi diventa facile inciampare, no?», ha detto il regista.
«Ma succede troppo spesso che, quando una persona diventa una notizia di cronaca, subentrino facili speculazioni, come è successo con Luca. “Se l’è cercata”, “però c’è andato lui”, commenti così. Liquidare così la faccenda ci fa sentire certamente al sicuro, ma non è così semplice».
Il casting nelle periferie e il pudore della messa in scena
Per trovare i giovani attori che danno corpo a Luca e Marta, Gabbriellini ha lavorato nelle periferie romane, fermando persone fuori dalle scuole, nelle case d’accoglienza, nelle case di quartiere. «Emanuele Maria Di Stefano, che interpreta Luca, è un attore di 24 anni con alle spalle già qualche esperienza. Gaia Merlonghi che interpreta Marta Gaia Sebastiani, la sua compagna, è per me un gioiello raro, trovato per caso per strada, che ha visto una macchina da presa per la prima volta otto mesi fa», ha raccontato il regista.
«Ed è bellissimo come loro due si siano accordati, non conoscevano la vicenda di cronaca, non avevano letto il libro. È stato tutto un lavoro di pancia». Nel ruolo dei genitori di Luca ci sono Valerio Mastandrea e Simona Senzacqua. «Come padre è impossibile, diciamo, farsi domande rispetto a questa storia», ha detto Mastandrea. «Quando è avvenuta la tragedia ero padre da poco. Poi, con il film, ho avuto la sensazione che fosse impensabile entrare proprio in profondità in quella roba. Il cinema, invece, serve per rendere le cose possibili, per trasferire a chi guarda un’autenticità anche nei confronti del rapporto col dolore, con l’amore, con tutto quello che accade in questa famiglia».
La sceneggiatura porta la firma dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, che però hanno rinunciato ai crediti lo stesso giorno dell’anteprima veneziana. «Hanno scritto un copione bellissimo, poi come capita con le lavorazioni di film come questi, definiti, d’autore, per la fragilità e l’equilibrio dove si muovono, io ho puntato il mio sguardo e l’interpretazione su quello scritto in un modo che evidentemente non hanno condiviso», ha spiegato Gabbriellini.
I due registi hanno dato una versione diversa: «Contrariamente a quanto dichiarato da Gabbriellini, abbiamo rinunciato alla firma della sceneggiatura non per una questione legata al tono del racconto o per un nostro malcontento rispetto al risultato del film da lui diretto, bensì per le modifiche apportate alla nostra sceneggiatura senza il nostro coinvolgimento né, tantomeno, il nostro consenso».
Sul senso del titolo, Gabbriellini ha offerto una lettura che tiene insieme il romanzo e il film: «Alla luce del film finito, per me “la città dei vivi” è quella che si sveglia la mattina all’alba e riprende la sua vita: siamo quelli che restano dopo questo fatto». La città dei vivi è in sala dal primo ottobre, distribuito da Eagle Pictures, con un percorso di proiezioni e incontri rivolti a studenti delle scuole e delle università.
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