La città dei vivi, il film che restituisce un volto a Luca Varani dieci anni dopo l'omicidio
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Esattamente dieci anni fa, tra il 4 e il 5 marzo 2016, la cronaca veniva sconvolta da uno dei delitti più efferati e insensati della storia recente italiana. In un anonimo appartamento del quartiere Collatino, a Roma, un ragazzo di 23 anni, Luca Varani, veniva torturato per ore e infine ucciso da Marco Prato e Manuel Foffo. Due giovani, apparentemente inseriti in un contesto sociale agiato, che secondo quanto emerso dalle indagini e dalle loro stesse confessioni, volevano semplicemente sperimentare cosa si provasse a togliere la vita a un essere umano.
Un gesto gratuito e raccapricciante che, a distanza di un decennio, continua a sollevare interrogativi profondi sulla natura umana, e che ha trovato una nuova, potente narrazione al cinema con il film «La città dei vivi» di Edoardo Gabbriellini, presentato in concorso alla sezione Orizzonti dell'83esima Mostra del Cinema di Venezia.
Il ribaltamento di prospettiva, dal libro al film
Il film è liberamente tratto dall'omonimo romanzo-inchiesta di Nicola Lagioia, pubblicato da Einaudi nel 2020, che aveva già scavato a fondo nelle pieghe di quella vicenda. Laddove il lavoro di Lagioia, però, puntava i riflettori principalmente sui carnefici, analizzando il loro contesto sociale e psicologico con un'opera che procedeva per cerchi concentrici, Gabbriellini compie una scelta radicale e coraggiosa.
«Di fronte alla complessità e alla profondità dell'affresco che fa Nicola nel libro - ha spiegato il regista in conferenza stampa - avevo pensato che il modo migliore per me fosse cercare un fuoco stretto, intimo». Il risultato è un film che ribalta completamente la prospettiva, concentrandosi sulla vittima, sulla sua vita, sui suoi sogni e sulle sue inquietudini, prima che quel destino tragico lo travolgesse.
«Io racconto la storia soprattutto dal punto di vista degli assassini - ha commentato lo stesso Lagioia, visibilmente colpito dall'operazione - mentre Edoardo si concentra sulla vita di Luca Varani e della sua fidanzata, Marta Gaia Sebastiani. Ha significato cambiare il punto di vista, non cambiare i fatti, ma illuminarla in maniera diversa. Per me è stato come leggere il capitolo mancante del libro».
La doppia vita di un ragazzo comune
Al centro della narrazione c'è quindi Luca, interpretato con intensità da Emanuele Maria Di Stefano. Lo vediamo nella sua quotidianità di ragazzo di periferia, figlio adottivo molto amato da una famiglia semplice: il padre Giuseppe, un commerciante ambulante di dolci interpretato da un commovente Valerio Mastandrea, e la madre Silvana. Luca frequenta la scuola serale per prendere il diploma, aiuta il padre nel lavoro, coltiva il sogno di un futuro con la sua ragazza Marta.
È un ragazzo come tanti, in cerca della sua strada, alle prese con le incertezze e le difficoltà economiche di una generazione che fatica a trovare il proprio posto nel mondo. Ma in questa ricerca, il bisogno di denaro lo porta a condurre una doppia vita, a farsi attrarre da un giro di feste e di prostituzione maschile dove conoscerà i suoi aguzzini, un mondo che sembra offrire soldi facili ma che si rivelerà una trappola mortale.
Il film, come sottolineato dal regista, è stato concepito come «un racconto di formazione interrotto da un destino tragico», e la macchina da presa si sofferma con pudore e delicatezza sui momenti di vita, sugli inciampi e sugli slanci di un ragazzo che non sa di avere i giorni contati.
Un film sulla vita che resiste all'orrore
La scelta di non spettacolarizzare la violenza è una delle cifre stilistiche più rilevanti de «La città dei vivi». L'omicidio, nelle sue fasi più brutali, non viene mostrato, ma solo evocato, restando fuori campo. L'obiettivo del regista non è quello di scioccare lo spettatore con la crudeltà, ma di restituire dignità alla vittima, di raccontare chi era Luca prima che diventasse un titolo di giornale.
«Abbiamo delegato Foffo e Prato a due elementi del destino - ha affermato Gabbriellini - il pubblico verosimilmente saprà dove va a finire quel ragazzo ma abbiamo voluto concentrarci sul prima». Il film, come suggerisce il titolo, è dedicato a chi resta: la famiglia, la fidanzata, che devono fare i conti con un dolore lancinante e, allo stesso tempo, trovare la forza di continuare a vivere, di riprendere quei gesti quotidiani che sono l'unica forma possibile di salvezza.
«La città dei vivi è quella che si sveglia la mattina all'alba e riprende la sua vita: siamo quelli che restano dopo questo fatto».
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