La città dei vivi, il film sull'omicidio Varani: la tortura senza movente che sconvolse Roma
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Redazione Sport
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Un piumone arancione arrotolato in camera da letto, a nascondere il cadavere di un ragazzo nudo, con un coltello piantato nel petto e il volto straziato da un centinaio di colpi tra coltellate e martellate. È l'immagine che il 5 marzo 2016 consegnò alla cronaca italiana il delitto di Luca Varani, ventitreenne ucciso in un appartamento di via Igino Giordani, nel quartiere Collatino a Roma, al termine di tre giorni di alcol e cocaina consumati da Manuel Foffo e Marco Prato.
A dieci anni di distanza, la vicenda torna al centro dell'attenzione con l'uscita nelle sale de La città dei vivi, il film di Edoardo Gabbriellini liberamente tratto dall'omonimo romanzo di Nicola Lagioia, che ha scelto di raccontare non il massacro ma la vita interrotta della vittima.
Il ritrovamento e le prime ore dopo il delitto
La notte tra il 4 e il 5 marzo 2016 Foffo e Prato, entrambi provenienti dalla cosiddetta Roma bene, avevano contattato Varani con la scusa di un invito. Il giovane, che conoscevano solo superficialmente, fu fatto sedere e gli venne offerto un cocktail a base di alcol e Alcover, un farmaco usato nei festini per stordire le vittime. Quando perse la capacità di reagire, i due lo colpirono ripetutamente con un martello e un coltello, infliggendogli circa cento ferite concentrate soprattutto su addome e collo.
L'autopsia stabilì che la morte sopraggiunse per dissanguamento, causato dalla perforazione del polmone sinistro. Il corpo venne poi avvolto in una coperta e nascosto sotto il piumone. Il giorno dopo, Foffo confessò tutto al padre mentre i due si trovavano in auto; fu proprio il genitore a portarlo dai carabinieri, dando avvio alle ricerche che condussero gli investigatori nell'abitazione del Collatino.
Marco Prato e la fine prima del processo
Marco Prato, nel frattempo, si era rifugiato in un hotel del centro storico. Tracce biologiche, tabulati telefonici e testimonianze lo collocarono nella dinamica dell'omicidio, portando al suo arresto. Non arrivò mai a processo: il 20 giugno 2017, pochi giorni prima dell'inizio del procedimento a suo carico, si tolse la vita nel carcere di Velletri inalando il gas di una bomboletta da cucina e stringendosi un sacchetto in testa.
La sua morte, avvenuta in un istituto dove aveva manifestato tendenze suicidarie, fu al centro di un'interrogazione parlamentare che chiedeva conto delle misure adottate dall'amministrazione penitenziaria per evitare il gesto.
La condanna definitiva di Manuel Foffo
Per Manuel Foffo il percorso giudiziario si concluse con una condanna a 30 anni di reclusione, confermata in via definitiva. Il processo, celebrato con rito abbreviato, riconobbe le aggravanti della crudeltà e dei futili motivi; le perizie psichiatriche stabilirono che l'imputato era capace di intendere e di volere al momento del fatto. Il padre di Luca Varani commentò la sentenza definendola non giustizia piena, contestando la scelta del rito abbreviato che aveva permesso una riduzione di un terzo della pena.
La voce dal carcere e la risposta della madre
A dieci anni dai fatti, Foffo, detenuto nel carcere di Rebibbia, ha affidato all'Adnkronos una lunga lettera in cui ripercorre quanto accaduto. «A Luca Varani ci penso, certo. Come potrei non farlo. Sono consapevole che il reato è stato grave ed è giusto che io paghi», scrive, spiegando di aver elaborato il delitto attraverso un percorso di introspezione. Nel testo respinge la ricostruzione che ha legato l'omicidio a un contesto di divertimento, sostenendo che il divertimento non c'entrava, e insiste sull'orientamento sessuale come elemento mai chiarito nel processo.
Racconta di aver preso il diploma in carcere e di essere a tre esami dalla laurea in giurisprudenza, con l'obiettivo di ricostruirsi una vita una volta terminata la pena. Alla pubblicazione dell'intervista ha replicato la madre di Luca Varani con poche parole: «Per me queste persone è come se non esistessero».
Il film di Gabbriellini e lo sguardo sulla vittima
La città dei vivi, presentato in concorso nella sezione Orizzonti alla 83ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, arriva nelle sale il 1° ottobre distribuito da Eagle Pictures. Il regista ha spiegato di aver voluto raccontare un frammento di vita di un ragazzo prima che diventasse una notizia, avvicinandosi alla sua storia con pudore e tenerezza. Nel cast Emanuele Maria Di Stefano nei panni di Luca, affiancato da Gaia Merlonghi, Simona Senzacqua, Roberta Mattei e Valerio Mastandrea; la sceneggiatura è firmata da Damiano e Fabio D'Innocenzo.
Gabbriellini ha scelto un linguaggio asciutto e naturalistico, senza mostrare violenza esplicita, suggerendo piuttosto che mostrando. La produzione prevede un percorso di proiezioni e incontri rivolti a studenti delle scuole e delle università, accompagnando l'uscita del film.
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