David di Donatello 2026, il nero e i tagli geometrici dominano il red carpet di Cinecittà

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è una certa ironia, se ci pensiamo, nel fatto che il tappeto rosso più importante del cinema italiano sia stato di fatto conquistato dall’assenza del colore. Mercoledì 6 maggio, negli studi di Cinecittà trasformati per l’occasione nella scenografia dell’antica Roma, la 71ª edizione dei David di Donatello ha celebrato il meglio della settima arte nazionale; eppure, ancor prima che i vincitori salissero sul palco del nuovo Teatro 23, il primo verdetto era già stato emesso sotto gli occhi dei flash. La modella Bianca Balti, che condivideva la conduzione della serata con Flavio Insinna, ha dettato subito l’attitudine della notte: nero, geometrie nette e una lucentezza quasi metallica. Il suo caschetto stile garçonne, effetto wet impomatato, non lasciava spazio a fronzoli romantici; era una dichiarazione di precisione chirurgica che riecheggiava la rigore dell’abito firmato Jil Sander, scollo a barchetta e mantello a terra, quasi una versione contemporanea e laica di una supereroina metropolitana.

L’illusione del taglio e l’arte del dettaglio

Se il look della Balti puntava sulla forza della silhouette, a rubare la scena per quanto riguarda la bellezza “a sorpresa” è stata Matilda De Angelis. L’attrice, candidata nella categoria non protagonista, ha sfoggiato un hair look che molti hanno scambiato per un taglio drastico e coraggioso. E invece, come spesso accade con le grandi macchine del glamour, la realtà era più sottile: si trattava di un faux bob, un’illusione perfetta costruita con onde morbide e destrutturate per creare quella linea netta che incornicia il viso. È il trionfo della finzione applicata alla chioma, quasi una metafora del mestiere dell’attrice. A completare l’opera un make up deciso, dove il rossetto rosso effetto lacca faceva da contraltare a una pelle trattata con una cura maniacale, il tutto impreziosito dai gioielli di Tiffany che tracciavano geometrie luminose sulla schiena resa nuda dal vestito Armani Privé.

Il total black come divisa e le piccole ribellioni rétro

La monocromia non era certo un’opzione, bensì una divisa non scritta. A dominare le passerelle improvvisate del set era il nero in tutte le sue gradazioni psicologiche: quello rigoroso e quasi ieratico di Valeria Golino, fino ad arrivare alle provocazioni di Arisa, il cui abito cut-out è stato accolto dalla critica di costume, per usare un eufemismo, come un’occasione parzialmente sprecata. E poi c’era l’uomo della serata, Flavio Insinna, che molti hanno notato apparire fisicamente trasformato. Il riferimento alla cosiddetta “Ozempic face” – quel volto scavato e improvvisamente magro che caratterizza chi ha subito drastica perdita di peso – ha iniziato a circolare tra i commenti a caldo, impietosamente accostato a uno smoking giudicato da qualche stylist come “noioso”. In un contesto di corazzate umane e mantelli, la coppia di presentatori non ha fatto del tutto sognare l’audience.

Tuttavia, a spezzare la dittatura del total black ci hanno pensato alcune eccezioni luminose. Tecla Insolia ha portato un soffio di eleganza anni Venti, un dorato che pescava a piene mani dal guardaroba del Grande Gatsby, guadagnandosi i voti più alti della serata. Dall’altra parte dello spettro stilistico, Ornella Muti ha dimostrato, ancora una volta, di giocare con un’arma a doppio taglio: la sensualità. Arrivata con un collare che ricordava un “centrino” e occhiali da vista, è stata definita “una bomba atomica” proprio per la capacità di ribaltare i canoni del red carpet, dove la perfezione patinata spesso prevale sulla personalità.

L’architettura delle firme e il giudizio sugli stylist

Mentre le star sfilavano, c’era una guerra silenziosa che infuriava nelle retrovie: quella dei comunicati stampa. Gli stylist più importanti hanno infatti tempestato le redazioni di note per rivendicare la paternità dei look. Una prassi consolidata, certo, ma che quest’anno ha messo in luce un paradosso: se stilisticamente la serata è stata dominata da Giorgio Armani (presente su molti dei protagonisti maschili e femminili), il dubbio su chi si nascondesse dietro la “Bianca Balti corazzata” o il “troppo magro Flavio Insinna” è rimasto a lungo senza risposta certa. È curioso notare come, in un’epoca di trasparenza assoluta, il nome del sarto possa ancora diventare un gioco a indovinelli per gli addetti ai lavori, quasi a preservare l’alone di mistero che circonda le trasformazioni del tappeto rosso. A Cinecittà, tra un David consegnato a Gianni Amelio e l’omaggio a Bruno Bozzetto, la bellezza si è confermata una delle categorie più litigate della notte; nessun premio in palio, eppure tutti a guardare, giudicare, votare.

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