Riccardo Muti dirige tremila voci a Ravenna: l’Inno di Mameli unisce l’Italia nella musica

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   RAVENNA. «Dove c’è musica non può esserci alcun male»: il verso di Cervantes, scelto come motto del Ravenna Festival, ha trovato la sua incarnazione più potente sotto il tendone del Pala de André, dove 3.116 coristi – dai quattro agli ottantasette anni – hanno risposto all’appello di Riccardo Muti. Un’utopia diventata realtà, quella di trasformare la musica classica in un’esperienza popolare, che ha visto convergere nella città bizantina pullman carichi di voci da ogni angolo del Paese.

«Cantare amantis est», scriveva Sant’Agostino, e il progetto che prende in prestito quelle parole – «cantare è proprio di chi ama» – ha dimostrato come la bellezza possa essere una missione collettiva. Senza orchestra, ma con la sola forza delle voci, il maestro ha guidato i cori attraverso le pagine più iconiche di Verdi, dal «Va’, pensiero» all’Inno di Mameli, in un’esecuzione che ha trasformato l’arena in un caleidoscopio di emozioni. «Un’Italia nascosta ma che esiste», l’ha definita Muti, riferendosi a quelle persone che, pur non conoscendosi, hanno creato «un’unità di sentimenti» attraverso le note.

Tra le tribune, i napoletani – «che vincono sempre», ha scherzato il direttore – hanno intonato «’O surdato ’nnammurato», mentre da altre file echeggiavano «Romagna mia» e «Bella ciao». Un mosaico di identità regionali che, per una volta, non si sovrapponevano ma si armonizzavano, dimostrando come la musica sappia essere linguaggio universale.

L’evento, inserito nel percorso de «Le vie dell’amicizia» del Ravenna Festival, ha segnato un record: mai prima d’ora in Italia si era riunito un coro così vasto, composto interamente da non professionisti. «Non immaginavo che il mio invito avesse una risposta così travolgente», ha ammesso Muti, sottolineando come l’armonia generata dal canto collettivo rappresenti «un’alternativa alla frammentazione del presente».

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