Gli Oscar 2026 e il peso della politica, tra il grido di Bardem per Gaza e le frecciate di Kimmel a Trump
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’era una volta, e forse è ancora così nonostante i tentativi di rendere la notte del cinema una bolla patinata impermeabile alla realtà, il momento in cui il palco del Dolby Theatre di Los Angeles diventava una tribuna per messaggi che andavano oltre il ringraziamento di rito. La 98esima edizione degli Academy Awards, andata in scena nella notte tra il 15 e il 16 marzo 2026, non ha fatto eccezione, sebbene il contesto globale, con focolai di guerra attivi in Medio Oriente e tensioni geopolitiche che sembrano riportare indietro le lancette della storia, abbia reso ogni dichiarazione potenzialmente più deflagrante o, al contrario, più facilmente etichettabile come gesto simbolico di circostanza. Eppure, qualcuno quel gesto l’ha compiuto con una determinazione che ha tagliato l’aria ovattata della cerimonia, riportando l’attenzione su ciò che accade fuori dalle mura del teatro.
Il momento di maggiore tensione emotiva e di più esplicita presa di posizione è stato senza dubbio quello offerto da Javier Bardem. L’attore spagnolo, chiamato a presentare il premio per il miglior film internazionale insieme a Priyanka Chopra, non appena ha raggiunto il microfono ha pronunciato poche parole, scolpite nella loro essenzialità: “No alla guerra. Palestina libera”. Un’uscita secca che ha spiazzato per la sua immediatezza, e che ha ricevuto in cambio una lunga e sonora standing ovation da parte della platea. Bardem, del resto, non aveva lasciato nulla al caso, portando addosso i simboli di un pensiero che evidentemente non poteva essere relegato a un commento rilasciato sul tappeto rosso. Sul bavero del suo smoking, infatti, campeggiavano due spille: una con la scritta “No a la guerra”, la stessa che già aveva indossato nel 2003 durante le proteste contro l’invasione dell’Iraq, e un’altra con la caricatura di Handala, la figura simbolo della resistenza palestinese creata dal vignettista Naji al-Ali nel 1969.
Jimmy Kimmel e l’arte della stoccata mirata tra Cbs e first lady
Se l’intervento di Bardem ha avuto il sapore della denuncia frontale, quello di Jimmy Kimmel si è mosso con maggiore agilità sui binari della satira politica, quella capace di far ridere ma anche di lasciare il segno. Il comico, veterano del late night show e noto oppositore di Donald Trump, è salito sul palco per presentare i premi dedicati ai documentari e non si è lasciato sfuggire l’occasione per infilare una serie di frecciate al vetriolo. Kimmel ha parlato del vero coraggio, quello di chi racconta storie in contesti dove la libertà di espressione è un lusso per cui si può pagare con la vita, per poi allargare il discorso a quei paesi i cui leader non sostengono questa libertà. “Non posso fare nomi”, ha scherzato, “limitiamoci alla Corea del Nord e alla Cbs”.
Il riferimento, chiaro agli addetti ai lavori, era alle recenti pressioni subite dall’emittente per non ospitare un ospite sgradito all’amministrazione. Ma il bersaglio grosso era un altro, e Kimmel ci è arrivato con una battuta fulminante a proposito del documentario su Melania Trump, la first lady, uscito da poco e ignorato dalle nomination. “Oh mamma, chissà se si arrabbierà perché sua moglie non è stata candidata?”, ha detto il comico, mimando un’espressione pensierosa e scatenando l’ilarità generale, in un passaggio che sottolineava l’onnipresenza mediatica della coppia presidenziale anche in una serata dedicata al cinema.
Le voci dei registi, tra eredità ai figli e denunce senza sconti
Oltre ai conduttori e ai presentatori, anche chi è salito sul palco per ritirare una statuetta ha voluto lasciare un segno del proprio pensiero. Paul Thomas Anderson, premiato per la migliore sceneggiatura non originale di “One Battle After Another” (poi risultato miglior film), ha dedicato il premio ai suoi figli con parole che suonavano come una richiesta di scuse e insieme un atto di fiducia. Ha detto di aver scritto il film per chiedere scusa ai ragazzi per il “disordine” lasciato in eredità in questo mondo, ma anche con l’incoraggiamento che siano loro, le nuove generazioni, a portare finalmente un po’ di buonsenso e decenza. Un messaggio malinconico che rifletteva un’inquietudine più profonda, condivisa da molti nella sala.
Ancora più duro è stato il tono di David Borenstein, co-regista di “Mr. Nobody Against Putin”, premiato come miglior documentario. Nel suo intervento, Borenstein ha parlato senza mezzi termini di come si perde un paese, attraverso innumerevoli piccoli atti di complicità, quando un governo uccide la gente per strada e nessuno dice nulla, quando gli oligarchi controllano i media. Una denuncia potente che ha portato la guerra in Ucraina e la deriva autoritaria della Russia direttamente dentro la sala del Dolby Theatre, in un contrasto netto con lo sfarzo dell’ambiente circostante.
Conan O’Brien e il monologo sulla fragilità del presente
Infine, il conduttore di serata, Conan O’Brien, ha avuto il compito forse più difficile: intrattenere senza banalizzare, scherzare senza offendere, ma soprattutto ricordare al mondo che stava guardando uno show che non poteva ignorare il caos esterno. Nel suo monologo di apertura, dopo le inevitabili gag e qualche frecciata, O’Brien ha cambiato registro per un attimo, parlando a un pubblico globale ben consapevole di vivere “tempi molto caotici e spaventosi”. Ha ricordato che i film in gara erano il prodotto di migliaia di persone di lingue diverse, che lavorano insieme per creare bellezza, e ha invitato a celebrare non perché tutto va bene, ma perché si lavora e si spera in qualcosa di migliore. “Nuovi giorni ci aspettano”, ha concluso, in un appello alla resilienza che, per una notte, ha provato a tenere insieme le contraddizioni di un mondo in fiamme e la magia, forse illusoria ma necessaria, del grande schermo.




