Il caso Ghiglia, tra le polemiche del Garante per la privacy e le richieste di dimissioni
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Redazione Interno
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Le opposizioni, con il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle in prima fila, hanno rinnovato con forza la richiesta delle dimissioni di Agostino Ghiglia, membro del collegio del Garante per la protezione dei dati personali. La richiesta, che si basa sull’assunto secondo il quale sarebbero venute meno la credibilità e l’autonomia necessarie per ricoprire un ruolo tanto delicato, giunge a seguito delle rivelazioni trasmesse da Report, le quali hanno portato alla luce un incontro avvenuto tra l’esponente dell’Authority e Arianna Meloni, sorella del presidente del Consiglio. Quell’incontro, stando a quanto emerso, sarebbe avvenuto in prossimità della decisione di irrogare una sanzione proprio al programma di inchiesta giornalistica, sollevando, di conseguenza, interrogativi stringenti sulla possibile interferenza di interessi estranei a quelli istituzionali.
Le rivelazioni della trasmissione
La trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci, la quale era già nel mirino dell’organismo di controllo, ha infatti sfidato una diffida formale e ha mandato in onda, senza arretrare di un passo, una serie di comunicazioni che mostrerebbero, nel loro complesso, un intreccio fitto di rapporti e di condizionamenti. Il fulcro della questione, come è stato ampiamente documentato, ruota attorno alla figura di Ghiglia, il quale, prima di assumere l’incarico al Garante, è stato un dirigente di Fratelli d’Italia; un passato che, secondo la ricostruzione giornalistica, continuerebbe a pesare in maniera decisiva sulle sue valutazioni, minando alla base quel principio di terzietà che dovrebbe invece essere assoluto. Non si tratterebbe, del resto, di un episodio isolato, bensì di una prassi consolidata che coinvolgerebbe, a vario titolo, anche altre persone all’interno dell’ufficio, tutte legate da una medesima matrice politica.
Il confine tra politica e istituzioni
Quello che emerge con chiarezza, al di là delle singole dinamiche, è un problema di fondo che attiene alla separazione netta tra il ruolo istituzionale e l’appartenenza partitica, un confine che appare sempre più labile e permeabile. Le chat pubblicate, delle quali si è parlato molto, mostrerebbero un tentativo, peraltro andato a buon fine, di bloccare la messa in onda di una puntata scomoda, un fatto che, se confermato, configurerebbe una limitazione inaccettabile alla libertà di stampa. La solidarietà espressa pubblicamente dopo l’attentato alla abitazione del conduttore, per citare un altro aspetto, viene descritta dalla inchiesta come una mera operazione di facciata, concordata a tavolino subito dopo l’esplosione della bomba, e quindi priva di un reale sentimento di condanna.
Le conseguenze del caso
L’intera vicenda, che continua a svilupparsi attraverso nuove rivelazioni, ha finito per proiettare una luce cruda sui meccanismi che regolano certi passaggi delicati, quelli in cui il potere politico potrebbe essere tentato di esercitare una pressione indebita su un organismo che, per sua natura, dovrebbe essere del tutto indipendente. Le interferenze denunciate, che toccano nel vivo il rapporto tra informazione e controllo, hanno aperto una crisi la cui portata è difficile da quantificare in questo momento, ma che certamente impone una riflessione approfondita sui criteri di nomina e sulla trasparenza delle procedure. La mancanza di autonomia, se provata, rappresenterebbe una ferita gravissima per l’intero sistema, una di quelle che lasciano il segno a lungo.




