Spiate al Garante privacy, dagli audio di Fanizza alla resistenza di Ghiglia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La crisi interna al Garante per la protezione dei dati personali, scatenata dalle inchieste giornalistiche, si è approfondita con la diffusione di nuovi audio che sembrano ridisegnare le responsabilità dell’ex segretario generale Angelo Fanizza, dimissionario, il quale, in conversazioni private, avrebbe sostenuto di non essere un “battitore libero” ma di aver agito con la benedizione del Collegio. “Il collegio mi ha giustamente responsabilizzato ad avviare comunque delle attività di discovery, per capire cosa fosse successo relativamente a questa fuga di notizie”, si sente affermare in una registrazione, mentre in un’altra, parlando con amici, si chiede retoricamente: “Davvero pensate che io possa aver fatto tutto da solo?”, dipingendo un quadro di azioni non solitarie ma coordinate, che lo avrebbero trasformato in un capro espiatorio per una strategia più ampia.

La controffensiva di Report e la replica a muso duro

Sul fronte mediatico, il programma di Sigfrido Ranucci, Report, ha continuato la sua battaglia contro l’organo di vigilanza, martellando sulle sue posizioni e pubblicando, in vista di una nuova puntata, l’ennesimo estratto audio catturato durante un’assemblea tra dipendenti e componenti del Collegio. La mossa, attuata sui social network, ha il chiaro obiettivo di mantenere alta la pressione sull’Authority, la cui credibilità è appesa a un filo. A questa offensiva giornalistica ha replicato Agostino Ghiglia, membro del Collegio, il quale ha dichiarato con tono risoluto che non intende dare le dimissioni, definendo quella in corso una forma di “resistenza” al pressing politico e mediatico, e affermando: “Non lasceremo, sarà la nostra resistenza al pressing della politica”.

Il dilemma personale di un componente sotto tiro

Proprio Ghiglia, figura centrale dello scandalo, ha rivelato il proprio tormento in dichiarazioni pubbliche, svelando un conflitto interiore che lo assilla quotidianamente. “Ci penso ogni notte. Tutti i giorni. Ogni notte: ma perché resti qui? Perché non ti dimetti? Perché continui a restare nel collegio del Garante della privacy, così da far interrompere tutti questi attacchi?”, ha confessato, lasciando trasparire il peso personale di una vicenda che trascende la semplice disputa istituzionale. La sua perseveranza, nonostante l’evidente disagio, sembra motivata dalla volontà di non cedere a quelle che percepisce come pressioni ingiuste, sebbene ammetta che l’aspetto più doloroso sia “passare per uno…”, lasciando la frase volutamente in sospeso, a significare una percezione pubblica distortà della sua figura.

La contraddizione sull’acquisizione massiva di dati

A gettare ulteriore benzina sul fuoco è emerso un documento interno, la cui esistenza è stata riportata da una ricostruzione giornalistica, che evidenzia una palese contraddizione nell’operato dell’Autorità. Il Garante, che negli anni ha più volte raccomandato alle aziende italiane di limitare rigorosamente la raccolta di informazioni sui dipendenti, avrebbe infatti disposto, con effetto immediato, l’acquisizione e la conservazione di un patrimonio digitale sterminato relativo al proprio personale. L’ordine, indirizzato al direttore del Dipartimento tecnologie digitali e sicurezza informatica, avrebbe compreso, senza eccezioni, l’intero contenuto delle caselle di posta elettronica, i log di accesso ai sistemi, le attività VPN, il contenuto di cartelle e file condivisi, oltre ai tracciati dettagliati sull’utilizzo delle risorse digitali, mettendo così in discussione il suo stesso modello di rigore e coerenza istituzionale.

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