Compagnia del Gusto Holding compra il 100% di Krumiri Rossi e punta all’export

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La cessione, che arriva dopo oltre 150 anni di egemonia familiare, segna un vero e proprio spartiacque per il biscotto simbolo del Piemonte, da oggi destinato a confrontarsi con una logica industriale che, pur promettendo di rispettarne l’anima artigianale, ne ridisegna completamente i confini commerciali. Compagnia del Gusto Holding, attiva nel settore food & beverage con un focus specifico su brand iconici dal potenziale ancora inespresso, ha rilevato la totalità delle quote del marchio casalese, lasciando alla famiglia Portinaro – che ne custodiva la ricetta dal lontano 1953 – un ruolo di accompagnamento nella fase di transizione. L’operazione, nata da una trattativa durata diversi mesi e descritta dalle parti come un’“acquisizione amichevole”, si inserisce in un disegno strategico più ampio che mira a creare un polo delle eccellenze enogastronomiche italiane, dove il celebre biscotto dalla forma ispirata ai baffi di Vittorio Emanuele II rappresenta il tassello più dolce di un mosaico che include già vini e prodotti ittici.

La volontà di non crescere come tratto distintivo

Se gli ingredienti – farina, burro, uova fresche, zucchero e vaniglia – non hanno mai rappresentato un mistero, il vero segreto del successo dei Krumiri Rossi è stato finora la ferrea resistenza della proprietà a qualsiasi tentazione espansionistica, una scelta che ne ha preservato l’identità ma che ne ha anche limitato la presenza quasi esclusivamente alla celebre scatola di latta rossa del negozio di paese. “Per aumentare i volumi dovremmo avviare una produzione industriale ma non ci va”, rispondeva Anna Portinaro, amministratrice della società, a chi le chiedeva il motivo di una distribuzione così selettiva. Questa filosofia, quasi una controffensiva rispetto alle regole feroci del mercato moderno, ha fatto sì che il biscotto restasse confinato in una dimensione artigianale, lontano dalla grande distribuzione e fedele a una produzione che, negli anni di maggiore attività, ha sfiorato un fatturato di circa un milione e mezzo di euro. La newco guidata da Enrico Nicoletto, che assumerà la guida della holding, e da Sergio Albarelli alla presidenza, ha raccolto il testimone con un approccio che definisce “chirurgico”, lontano dalle logiche dei fondi tradizionali.

Nuova governance e sguardo sui mercati internazionali

L’obiettivo dichiarato da Compagnia del Gusto è quello di “far conoscere il gioiello nel mondo” attraverso i propri canali distributivi, puntando con decisione sull’export come leva principale di sviluppo senza però snaturare il prodotto, almeno stando alle rassicurazioni fornite dai nuovi vertici. A presiedere la nuova società sarà Angelo Miglietta, consulente aziendale e professore di economia originario di Casale Monferrato, una figura scelta proprio per fungere da garante del legame con il territorio e della “bontà dell’operazione”. Anna Portinaro rimarrà al suo posto nel punto vendita storico durante la fase di transizione, per trasferire competenze e garantire che la manualità non venga dispersa, mentre la struttura operativa conta attualmente un laboratorio produttivo e una dozzina di addetti. L’ingresso nel capitale della holding, che ha già mosso i primi passi nel settore con l’obiettivo di raggiungere una massa critica significativa nei prossimi anni, modifica radicalmente la governance: si passa da un modello basato sulla volontà di restare piccoli a un’architettura che prevede managerializzazione, controllo di gestione e sviluppo commerciale strutturato.

Il precedente industriale e le prospettive per il marchio

La storia recente della pasticceria casalese, però, consegna un precedente che aleggia sull’operazione come un monito: i “cugini” di Bistefani, che aveanno scelto la strada dell’industrializzazione di massa per un prodotto simile, dovettero alzare bandiera bianca nel 2013 con la vendita al gruppo Bauli e la conseguente chiusura dello stabilimento in città. Enrico Nicoletto, consapevole del rischio, esclude scenari traumatici e parla di uno “sviluppo ragionato” che non toccherà la ricetta né la lavorazione manuale, limitandosi a ottimizzare la capacità produttiva e ad ampliare i canali distributivi, anche sui mercati esteri dove il posizionamento ultra-premium del marchio è già riconosciuto. Al momento non sono stati comunicati investimenti immediati sulla capacità produttiva, ma la logica del “club deal” – che unisce manager e imprenditori – suggerisce che l’obiettivo non sia la mera rendita, bensì un salto dimensionale controllato che trasformi un’eccellenza locale in un ambasciatore globale del gusto, senza però ripetere l’errore di snaturare ciò che ne ha fatto la fortuna per un secolo e mezzo.

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