Proteste in Nepal dopo il bando dei social, morti e edifici governativi in fiamme

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Una fiammata di rabbia, perlopiù giovanile, sta attraversando il Nepal dopo la decisione del governo di bloccare l’accesso alle principali piattaforme social, un provvedimento che ha agito da detonatore per un malcontento più profondo e radicato. La cosiddetta Gen Z, che attraverso quei canali comunica e si organizza, è scesa in piazza a Kathmandu e in altre città, dando vita a scontri di una violenza inusitata che hanno provocato, secondo i bilanci più recenti, oltre venti vittime e duecentocinquanta feriti.

Gli episodi più gravi si sono concentrati nella capitale, dove gruppi di manifestanti hanno appiccato il fuoco a diversi edifici governativi e al Parlamento, in un escalation di tensione che le forze dell’ordine hanno fronteggiato con un impiego massiccio e letale. Le Nazioni Unite sono intervenute, esortando le autorità nepalesi a «garantire che l’intervento delle forze dell’ordine resti proporzionato», un monito che giunge mentre il bilancio delle vittime continua a aggravarsi.

La protesta, il cui slogan principale è «Bandite la corruzione, non i social», va ben oltre la semplice opposizione alla censura digitale. Rappresenta, piuttosto, un atto di accusa durissimo contro l’intera classe politica, accusata di aver tradito le aspettative nate dalla fine della monarchia. I partiti che guidarono la transizione democratica, dal Partito comunista nepalese (marxista leninista) al Nepali congress, sono oggi nel mirino di una generazione che ne contesta l’operato, denunciando corruzione e incapacità di gestire il paese.

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