Nepal in fiamme: si dimette il premier Oli dopo le proteste per il blocco dei social
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Redazione Esteri
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Il Nepal è precipitato nel caos più assoluto, con la capitale Kathmandu trasformata in un campo di battaglia dopo che il governo, guidato dal premier Sharma Oli, ha imposto una draconiana censura sui social media. La misura, percepita come un tentativo di sopprimere il dissenso e di occultare la corruzione endemica che affligge le istituzioni, ha agito da detonatore per una protesta popolare di inaudita violenza. I manifestanti, sfidando un coprifuoco indefinito decretato dalle autorità, hanno dato alle fiamce simboli del potere: il palazzo del Parlamento a Baneshwor e il complesso di Singha Durbar, che ospita la sede di numerosi ministeri.
La rabbia della piazza non si è limitata agli edifici istituzionali, ma si è diretta con ferocia anche contro le proprietà private dei leader politici, le cui abitazioni sono state assalite e incendiate. I resoconti giornalistici locali, nonostante la blackout informativo iniziale, hanno documentato attacchi coordinati contro le residenze delle principali figure di governo nella capitale e nei dintorni. La situazione di sicurezza è degenerata al punto che l’esercito è stato costretto a intervenire per evacuare in elicottero il presidente Ram Chandra Paudel dalla sua abitazione a Maharajgunj, data alle fiamme dai rivoltosi, per trasferirlo in un luogo sicuro.
Le dimissioni del primo ministro Oli, giunte nel tentativo estremo di placare una rivolta ormai incontrollabile, appaiono come l’epilogo di una crisi che ha radici profonde in un malcontento trasversale, alimentato da anni da scandali e promesse disattese. Il bilancio degli scontri, particolarmente cruenti, è di diciannove vittime, uccise negli scontri con le forze di polizia che hanno tentato invano di ristabilire l’ordine. La revoca del bando sui social, disposta soltanto martedì mattina dopo un giorno di violenze, è risultata misura tardiva e insufficiente a spegnere l’onda d’urto della protesta.




