Morto a Milano il boss della 'ndrangheta Domenico Papalia: era in carcere dal 1977

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Se n'è andato in una stanza d'ospedale, lontano dalla sua Aspromonte, Domenico Papalia, detto "Micu", uno degli artefici della penetrazione della 'ndrangheta in Lombardia e per decenni considerato tra i boss più temuti del nord Italia. L'uomo, 81 anni, è deceduto all'ospedale San Paolo di Milano, dove era ricoverato da circa un mese a causa del peggioramento delle condizioni cliniche legate a una patologia oncologica che lo affliggeva ormai da tempo.

La sua morte, avvenuta il 26 agosto 2026, chiude una vicenda umana e giudiziaria lunga mezzo secolo, segnata da una latitanza e da una detenzione che lo hanno reso un simbolo dell'ascesa e del radicamento della cosca calabrese in territori storicamente lontani dalla sua terra d'origine.

I 49 anni di carcere e il differimento della pena

La carriera criminale di Papalia, costellata da una lunga scia di omicidi per i quali è stato ritenuto mandante, si era interrotta bruscamente nel lontano 1977, quando era finito in manette dando inizio a una detenzione che si sarebbe protratta ininterrottamente per quarantanove anni.

Una permanenza tra le sbarre che solo lo scorso 17 luglio ha conosciuto una sospensione, quando il Tribunale di sorveglianza di Bologna ha accolto la richiesta di differimento della pena per motivi di salute, disponendo il trasferimento dal carcere di via Burla a Parma agli arresti domiciliari presso l'abitazione di un parente a Corsico, alle porte di Milano.

La speranza di potersi curare in un contesto meno duro rispetto a quello del carcere, però, si è rivelata di breve durata, poiché il suo fisico, ormai provato dalla malattia, ha continuato a peggiorare fino al ricovero al San Paolo, dove si è spento esattamente un mese dopo la concessione dei domiciliari.

Da Platì alla conquista di Milano

Originario di Platì, il centro della Locride famoso per essere stato un crocevia storico della 'ndrangheta, Domenico Papalia non era solo un mafioso di provincia. Insieme ai fratelli Rocco e Antonio, aveva rappresentato il braccio armato e organizzativo di quella che sarebbe diventata l'espansione sistematica della cosca nel Settentrione, trasferendosi negli anni Settanta nella cintura milanese, e precisamente a Buccinasco, da dove avrebbe tessuto le trame di un potere criminale destinato a durare per generazioni.

La sua figura, nell'immaginario collettivo, è rimasta legata a quella di un boss spietato e risoluto, capace di gestire affari illeciti e di imporre la propria autorità in un territorio, la Lombardia, che all'epoca non aveva ancora subito l'infiltrazione capillare delle cosche calabresi.

La sua scomparsa, avvenuta nel nosocomio meneghino, riporta l'attenzione sulla storia di un uomo che ha segnato in modo indelebile le cronache giudiziarie italiane, tanto che la sua biografia viene riassunta nelle prime righe della sua voce enciclopedica con una definizione secca e senza ambiguità: "mafioso italiano".

L'ultimo periodo e il ritorno in Calabria

Gli ultimi giorni di vita di "Micu" Papalia sono trascorsi tra le mura dell'ospedale San Paolo, lontano dal regime di detenzione domiciliare che gli era stato concesso a Corsico e che aveva rappresentato, dopo quasi cinque decenni, un flebile spiraglio di libertà. La sua abitazione, situata in un contesto popolare nei pressi del bar dei Sergi e non distante dallo sportello antimafia, era diventata nei fatti il suo ultimo domicilio prima del ricovero, una sorta di bivacco tra la quotidianità di un quartiere e la presenza incombente delle istituzioni.

Ora, con la salma che verrà traslata in Calabria per i funerali, si chiude il cerchio di una parabola che aveva visto Papalia protagonista assoluto dell'evoluzione criminale del nord, un uomo la cui vita è stata segnata da una ferocia operativa e da una capacità di comando che lo hanno reso, per anni, uno dei soggetti più pericolosi nel panorama della malavita organizzata italiana.

Il curriculum criminale di un boss

La sua carriera, iniziata nei primi anni Settanta, si intreccia con le vicende più cruente della delinquenza organizzata, con una serie di omicidi e delitti di cui è stato ritenuto il mandante e che gli sono costati la carriera criminale e la libertà. La sua detenzione, iniziata nel 1977, ha segnato un primato di longevità carceraria che solo la malattia ha potuto interrompere, seppur solo per un breve periodo.

Il via libera alla detenzione domiciliare, concesso il 17 luglio scorso, aveva destato l'attenzione dei media, che avevano ricostruito le tappe di una vita trascorsa tra latitanze e processi, mentre il suo nome tornava alla ribalta per la sua precaria salute. La sua morte, infine, arriva in un momento in cui la sua figura era ormai divenuta un simbolo di un'epoca, quella della prima espansione mafiosa al nord, che ha cambiato per sempre il volto della criminalità organizzata in Italia, lasciando un'eredità di violenza e affari che ancora oggi le procure tentano di decifrare e contrastare.

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