Morto Domenico Papalia, il boss della 'ndrangheta che dominava il Nord
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Redazione Interno
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Si è spento all'ospedale San Paolo di Milano, nella notte tra il 25 e il 26 agosto, Domenico "Micu" Papalia, considerato a lungo uno dei capi più influenti della 'ndrangheta nel Nord Italia. Aveva 81 anni ed era ricoverato dal 17 agosto a causa dell'aggravarsi di una patologia oncologica che lo affliggeva da tempo.
La sua scomparsa arriva a poche settimane dalla scarcerazione, avvenuta lo scorso luglio dopo che il Tribunale di sorveglianza di Bologna aveva accolto l'istanza di differimento della pena per gravi motivi di salute, concedendogli la detenzione domiciliare e chiudendo un periodo di detenzione durato quasi mezzo secolo.
L'ascesa di una dinastia criminale
Originario di Platì, nell'entroterra della provincia di Reggio Calabria, Papalia apparteneva a una delle famiglie più potenti e radicate della 'ndrangheta. Insieme ai fratelli Antonio e Rocco, fu il principale artefice del trapianto della cosca calabrese in Lombardia, in particolare nell'hinterland milanese dove, tra Buccinasco e Corsico, il clan costruì un vero e proprio impero economico e criminale a partire dagli anni Settanta.
Gli investigatori lo hanno sempre descritto come un punto di riferimento assoluto dell'organizzazione, capace di coniugare la ferocia degli omicidi con la capacità di infiltrazione negli appalti, nell'edilizia e nel tessuto economico del Nord, tanto da diventare uno dei simboli dell'ascesa della 'ndrangheta fuori dai confini calabresi.
Quarantanove anni dietro le sbarre
Il 1977 segna l'inizio di un calvario giudiziario che lo avrebbe reso uno dei detenuti di più lungo corso della storia italiana. La sua prima condanna all'ergastolo arrivò per l'omicidio del boss Antonio D'Agostino, ucciso a Roma nel 1976; una sentenza clamorosamente ribaltata nel 2017 dalla Corte d'Assise d'Appello di Perugia che lo assolse con formula piena "per non aver commesso il fatto", riconoscendo un clamoroso errore giudiziario. L'assoluzione, tuttavia, non gli restituì la libertà.
A tenere Papalia in carcere erano infatti altre due condanne all'ergastolo, ormai definitive, per avere ordinato gli omicidi di Umberto Mormile, l'educatore del carcere di Opera ucciso nel 1990 a Carpiano, e dell'avvocato Pietro Labate, assassinato a Milano nel 1983 nell'ambito dell'operazione "Nord-Sud". Accuse che Papalia ha sempre respinto, anche se per entrambi i delitti la magistratura aveva ricostruito senza ombra di dubbio il suo ruolo di mandante.
La scarcerazione e la morte
Dopo quasi cinquant'anni trascorsi in carcere, una lunga battaglia legale per motivi di salute ha infine convinto il tribunale a concedergli la detenzione domiciliare lo scorso 17 luglio. La libertà, però, è durata solo poche settimane. Il suo trasferimento in ospedale, il 17 agosto, è stato l'ultimo atto di una vicenda umana e criminale che si è conclusa nella struttura sanitaria milanese, dove è stato stroncato dal cancro di cui soffriva da tempo, circondato dall'affetto della sua famiglia e lontano dal carcere che lo aveva imprigionato per la quasi totalità della sua esistenza.
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