Il Toro di D’Aversa si scopre vivo: Simeone e Zapata stendono una Lazio irriconoscibile

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Bastano settanta minuti, per usare le parole del diretto interessato, per scorgere la mano di Roberto D’Aversa su un Torino che sembrava aver smarrito la strada. Alla prima assoluta sulla panchina granata, subentrato durante la settimana a Marco Baroni con l’obiettivo primario di allontanare gli spettri di una classifica pericolante, il tecnico trova una risposta immediata dal campo: un 2-0 netto, senza appello, rifilato a una Lazio che di queste partite, forse, aveva in testa già la semifinale di Coppa Italia contro l’Atalanta. I tre punti, maturati contro i biancocelesti di Maurizio Sarri, proiettano il Torino a quota trenta in classifica, costruendo un cuscinetto di sei lunghezze sulla zona retrocessione che, se non una vera e propria via di fuga, rappresenta quantomeno una boccata d’ossigeno dopo i ko con Bologna e Genoa.

L’avvio di partita, è bene ricordarlo, non era dei più semplici per il morale di un gruppo reduce da due sconfitte pesanti, e lo scenario dello stadio, semi deserto a causa della contestazione dei tifosi nei confronti del presidente Urbano Cairo, non contribuiva certo a scaldare l’atmosfera. Eppure, la squadra in campo ha mostrato una compattezza diversa, un’applicazione tattica che D’Aversa, intervistato nel post-partita, ha ricondotto a tre concetti chiave che avrebbe trasmesso allo spogliatoio alla vigilia. Concetti che, a giudicare dalla mole di gioco creata, sono stati fatti propri dagli interpreti. Il primo squillo è arrivato al ventunesimo, su una giocata nata dai piedi di Duvan Zapata: il suo tiro dal limite, deviato da un intervento difensivo, si è trasformato in un assist involontario, con la sfera che è rimasta lì, vagante in area. Luca Pellegrini, terzino della Lazio, è parso in ritardo e poco attento, permettendo a Giovanni Simeone di inserirsi e ribattere in rete per il vantaggio, tra il maldestro tentativo di salvataggio sulla linea di Provstgaard.

Se il primo tempo, al netto del gol, era stato soporifero e privo di vere emozioni, la ripresa si è aperta con un’altra doccia fredda per gli ospiti. Al cinquantaquattresimo minuto, l’asse portoghese del Toro confeziona il raddoppio: Rafa Obrador, cursore di fascia, mette in area un pallone invitante sul quale Zapata si avventa con la ferocia del bomber, staccando di testa e punendo la marcatura ritardata di Provstgaard, ancora una volta in affanno. Per il centravanti colombiano, così come per Simeone, una doppia soddisfazione personale che certifica l’intesa del tandem offensivo, ma per D’Aversa, lo ha sottolineato lui stesso, la gioia più grande è derivata proprio dalla prova corale, dalla capacità della squadra di assorbire e restituire sul campo ciò che aveva preparato in pochi giorni di lavoro. Una reazione che mancava da un mese esatto ai granata, tornati al successo dopo un digiuno preoccupante.

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