La strage di Pietralata riaccende il dibattito sulle cure palliative e gli hospice pediatrici

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un dramma familiare consumato tra le mura domestiche ha scosso il quartiere Pietralata, a Roma, riportando alla luce un tema complesso e spesso rimosso: la solitudine delle famiglie che affrontano la malattia cronica di un figlio. Il 31 agosto scorso, all'interno di un appartamento di via dell'Antracite, sono stati trovati i corpi di Luca Abbasciano, della figlia Bianca di cinque anni e di Valentina Pambianco.

Secondo quanto apprende LaPresse, l'ipotesi che sta prendendo corpo negli accertamenti investigativi è che sia stata proprio la madre a sparare al marito e alla bambina, per poi rivolgere l'arma contro se stessa, in quello che viene definito un duplice omicidio-suicidio. La notizia ha fatto da miccia a un dolore più vasto, quello di chi si sente abbandonato dalle istituzioni nel momento del bisogno più profondo.

L'appello dei genitori di Vera

In questo clima di sgomento, la voce di chi vive quotidianamente la fatica della cura si alza con un'urgenza che non ammette rinvii. Simone Scala e Francesca Finotti, genitori di Vera, una bambina di quasi quattro anni nata con la spina bifida, hanno lanciato un messaggio chiaro al governo, alle Regioni e alle aziende sanitarie. La loro richiesta, che portano a nome di numerose famiglie, è duplice: completare la realizzazione degli hospice pediatrici e potenziare le reti di assistenza domiciliare su tutto il territorio nazionale.

«La nostra famiglia ha fatto e fa tanta fatica a vivere la quotidianità perché, quando hai un bambino malato a casa, ti si stravolge la vita», raccontano i due genitori, descrivendo l'impatto totale che una diagnosi grave comporta, con energie e minuti interamente dedicati al benessere del piccolo.

La solitudine come fattore di aggravamento

La reazione iniziale alla scoperta della malformazione, come ammettono gli stessi Scala e Finotti, è stata di shock. Tuttavia, la loro testimonianza va oltre la sofferenza clinica e si concentra su un elemento che spesso viene sottovalutato: l'isolamento sociale ed economico. «A uccidere è la solitudine non la diagnosi», affermano, un'associazione che riecheggia come un monito rispetto a quanto accaduto a Pietralata.

La loro esperienza personale si trasforma così in un imperativo civico, un dovere morale che le istituzioni sono chiamate a raccogliere, trasformando la vicinanza della medicina del territorio da un atto di generosità a un diritto irrinunciabile per i cittadini.

Le parole del presidente Fnomceo

Il dramma di via dell'Antracite ha trovato un'eco immediata anche negli ordini professionali, che da tempo seguono il tema della fragilità sanitaria. Filippo Anelli, presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, ha posto una questione di fondo che va oltre la singola tragedia. Ricollegandosi ai principi fondanti del Servizio Sanitario Nazionale, Anelli si chiede se lo Stato sia ancora in grado di onorare la promessa del 1978, che sanciva l'impegno a non lasciare nessuno solo davanti alla malattia.

Un interrogativo che arriva in un momento in cui la Federazione ha più volte promosso iniziative di approfondimento su questi temi, evidenziando uno scollamento pericoloso tra la norma e la realtà vissuta dalle famiglie più fragili.

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