Strage di Pietralata, nei bigliettini d’addio la conferma di una decisione condivisa
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Redazione Interno
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La casa di via dell’Antracite 12, a Pietralata, continua a restituire frammenti di una tragedia che ha scosso Roma e l’intero Paese, e tra i fogli di carta lasciati sul tavolo della cucina, gli investigatori avrebbero trovato la conferma di una scelta estrema maturata insieme.
Secondo quanto riferito da un servizio andato in onda il 1° settembre durante il programma Verità Nascoste – Il Diario, i messaggi di addio scritti da Luca Ambasciano e Valentina Pambianco lascerebbero intendere una “decisione consensuale della coppia” riguardo alla sorte della loro famiglia, un dettaglio che aggiunge un tassello fondamentale al quadro delineato fin dai primi rilievi dei carabinieri della Compagnia Montesacro.
A dare l'allarme, quel tragico lunedì 31 agosto, era stata la sorella di Luca, preoccupata per i giorni di silenzio che avevano seguito gli ultimi contatti, e proprio tra quei bigliettini, scritti a mano dai due coniugi, sarebbero emerse parole che raccontano di un peso diventato, giorno dopo giorno, insopportabile.
Le lettere e il peso di una vita segnata dalla disabilità
Tra le circa venti lettere rinvenute nell'abitazione, una in particolare sarebbe stata indirizzata alla sorella di Luca, con la raccomandazione di prendersi cura del padre, un gesto che suggerisce una pianificazione minuziosa e una lucidità che rende ancora più cupo il dramma.
Le indagini, coordinate dalla procura di Roma, si concentrano proprio su quei fogli per ricostruire gli ultimi pensieri di chi ha vissuto per anni nell’ombra di una difficoltà quotidiana che ha finito per logorare ogni speranza, e l’ipotesi dell'omicidio-suicidio, sostenuta dal ritrovamento della pistola Glock regolarmente detenuta da Abbasciano, sembra ormai la pista più accreditata.
La famiglia, come emerso anche dalle dichiarazioni del presidente del IV Municipio, Massimiliano Umberti, non era invisibile ai servizi sociali, che avevano in carico la situazione e fornivano un sostegno economico, ma ciò non è bastato a scongiurare l’esplosione di un malessere profondo e covato per anni.
La piccola Bianca, nata nel 2021 dopo sette mesi di gravidanza, era affetta da una gravissima disabilità che aveva costretto Valentina a lasciare il lavoro per dedicarsi completamente alle cure della figlia, mentre Luca, tecnico informatico, lavorava in smart working per restare vicino a loro, in una vita scandita da terapie e dalla costante ricerca di soluzioni che potessero alleviare le sofferenze della bambina.
L’ultima speranza in Messico e la denuncia dei caregiver
La disperazione che ha preceduto il gesto estremo sembra trovare un ulteriore riscontro nella corsa contro il tempo per garantire a Bianca cure sperimentali, una lotta che aveva portato la coppia fino in Messico. La speranza di Luca e Valentina si era infranta contro le difficoltà di un percorso terapeutico che prevedeva l’utilizzo del Cytotron, un dispositivo medico sviluppato dal dottor José Roberto Trujillo presso la clinica NeuroCytonix di Monterrey, una tecnologia basata su onde a radiofrequenza e risonanza magnetica rotazionale per stimolare la rigenerazione dei tessuti cerebrali.
Tuttavia, nonostante il gravoso impegno economico, stimato in centinaia di migliaia di euro, i risultati ottenuti per la piccola Bianca avrebbero tardato ad arrivare, e i fondi per un nuovo viaggio e il soggiorno di quasi un mese per ulteriori trattamenti si sarebbero rivelati insufficienti, spegnendo così l'ultima fiammella di una speranza alimentata a caro prezzo.
Questa corsa contro il tempo si è infranta contro una realtà fatta di costi insostenibili e burocrazia, un tema che ha trovato eco nella dura denuncia di Nico Acampora, fondatore di PizzAut e padre di un ragazzo autistico, che ha parlato di un “sistema che abbandona i caregiver” e ha sottolineato come in Italia avere un figlio con una grave disabilità sia diventato “un lusso che non tutti possono permettersi”.
Le sue parole, cariche di rabbia e dolore, hanno fatto eco al contenuto dei bigliettini, in particolare a quella frase scritta a mano, "Da soli non ce la facciamo", che è stata interpretata come il movente di una scelta estrema, il grido di chi si è sentito abbandonato da istituzioni assenti e sorde.
L’inchiesta e il vuoto di un sistema
Mentre la procura di Roma cerca di fare chiarezza sugli ultimi attimi della famiglia, la città si interroga su come sia stato possibile che una famiglia seguita dai servizi sociali sia scivolata in un baratro senza che nessuno, tra le maglie di un sistema che sulla carta dovrebbe proteggere i più fragili, riuscisse a intercettare il punto di rottura.
Le dichiarazioni del presidente Umberti, che ha parlato di “tanto rammarico” e di una fragilità di fronte alla quale le risposte istituzionali sono ancora inadeguate, delineano un quadro di sofferenza silenziosa che non ha trovato sbocco nei sostegni pubblici.
La strage di Pietralata ha scoperchiato il vaso di Pandora della solitudine dei caregiver, e l’appello delle associazioni, come quella dei Caregiver Familiari Uniti, chiede ora una legge nazionale che possa davvero tutelare chi si prende cura di un disabile grave, affinché nessun genitore si senta più costretto a scrivere, come ultima disperata volontà, quelle cinque parole che pesano come una condanna per l’intera società.
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