Lo svitato e i fanatici. Nuovo tentativo Usa-Iran: Trump si dà buone chance, “sennò bombardo”
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Redazione Esteri
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La diplomazia, si sa, procede spesso a strappi e sussulti, e mai come in questo frangente la distanza tra le dichiarazioni pubbliche – roboanti e talvolta persino sprezzanti – e i movimenti reali sui tavoli negoziali appare così profonda. Da una parte, l’amministrazione Trump, forte di una rielezione ormai consolidata più di un anno fa, prova a tessere una tela fitta di segnali contraddittori: mentre il presidente si concede un ottimismo neanche troppo velato, definendo “buone” le chance di raggiungere un accordo (“sennò bombardo”, tuona secondo la consueta linea del “bastone e carota”), i mercati reagiscono con un entusiasmo forse precipitoso, facendo scendere il prezzo del greggio e ampliando i guadagni delle borse europee. Una fiducia, quella degli investitori, che corre molto più veloce della realtà diplomatica, la quale si infrange ciclicamente contro il muro di gomma eretto da Teheran.
La sospensione del Project Freedom e l’attacco francese a Hormuz
La tensione nello Stretto di Hormuz rimane palpabile, nonostante le aperture. Lo dimostra l’audace attacco che ha preso di mira una nave portacontainer francese – il San Antonio della compagnia CMA CGM – i cui membri dell’equipaggio, in gran parte filippini secondo le prime ricostruzioni, hanno riportato ferite causate presumibilmente dall’impatto di un missile da crociera. Un episodio di cronaca nera che avrebbe potuto far deragliare qualsiasi trattativa, e che invece è stato gestito con una certa ambiguità tattica. Donald Trump ha infatti deciso di sospendere il “Project Freedom”, l’iniziativa militare – durata appena ventiquattr’ore – che mirava a scortare le navi commerciali per sbloccare il passaggio. L’obiettivo dichiarato, come rivelato dallo stesso presidente su Truth, è quello di “verificare se un accordo possa essere finalizzato e firmato”, anche se il blocco navale americano nell’area rimane tecnicamente in vigore. Una mossa, questa, che arriva all’indomani della decisione della Casa Bianca di allentare la morsa, e che contrasta con la realtà di un’area dove, secondo fonti del Dipartimento di Stato, si sono registrati oltre seicento attacchi contro obiettivi statunitensi dall’inizio del conflitto.
Il memorandum in 14 punti e la fronda con il Vaticano
Secondo quanto riferito dal sito Axios, che cita fonti vicine ai vertici, Washington e Teheran sarebbero vicinissimi alla firma di un memorandum d’intesa di una sola pagina, suddiviso in quattordici punti, che getterebbe le basi per la fine delle ostilità. L’intesa prevedrebbe un immediato cessate il fuoco, una moratoria da parte iraniana sull’arricchimento dell’uranio (la cui durata temporale, tra i 5 e i 20 anni, resta il vero nodo caldo della partita), lo sblocco graduale di miliardi di dollari di fondi iraniani congelati e la revoca reciproca delle restrizioni al transito marittimo. L’auspicio è che la risposta di Teheran arrivi entro le prossime quarantotto ore. A complicare il quadro, però, non c’è solo la distanza tecnica tra le posizioni, ma anche l’incandescente scontro verbale che Trump ha aperto con Papa Leone XIV. Il pontefice, primo americano a sedere sulla cattedra di Pietro, è stato pesantemente attaccato dal tycoon che lo accusa di mettere “in pericolo molti cattolici”, immaginando che per lui “andrebbe benissimo che l’Iran abbia un’arma nucleare”. Una polemica che dura da settimane e che aggiunge un ulteriore strato di complessità a uno scenario già di per sé infiammato, mentre gli inviati Usa – tra cui spiccano i nomi di Steve Witkoff e Jared Kushner – continuano a lavorare con i loro interlocutori iraniani per limare i dettagli di un’intesa che appare come un sospiro di sollievo per un’economia globale strozzata dalle chiusure di Hormuz.




