Scambio di embrioni al San Paolo di Napoli, salgono a quattro le coppie che chiedono chiarimenti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sale a quattro il numero delle coppie che, in seguito al grave episodio di presunto scambio di embrioni verificatosi presso il centro di Procreazione Medicalmente Assistita dell'ospedale San Paolo di Napoli, hanno formalmente richiesto informazioni sulla collocazione e lo stato dei propri embrioni crioconservati. Dopo la denuncia della prima coppia, che nel giugno del 2025 ha scoperto che la bambina nata da fecondazione in vitro non era biologicamente figlia loro, altre famiglie si sono fatte avanti, chiedendo all'azienda ospedaliera di fare luce sul destino del loro materiale biologico.

Il caso della bambina e le indagini in corso

La vicenda originaria ha avuto inizio quando i genitori della piccola, dopo la nascita avvenuta un anno fa, hanno notato una discordanza nel gruppo sanguigno della bambina rispetto al proprio. I successivi test del DNA hanno poi confermato il sospetto più angosciante: la bambina non condivideva il patrimonio genetico né della madre né del padre che l'avevano cresciuta fino a quel momento.

L'ipotesi al vaglio degli inquirenti è che vi sia stato un errore nella procedura di impianto, con un embrione destinato a un'altra coppia che è stato invece trasferito all'utero della donna. La Procura di Napoli ha aperto un fascicolo per lesioni colpose, e le indagini sono state affidate ai carabinieri del Nas, che hanno effettuato verifiche approfondite all'interno della struttura di Fuorigrotta.

L'allargamento della vicenda e le altre coppie

Mentre le indagini giudiziarie procedono, il caso si è allargato coinvolgendo altre famiglie che si sono rivolte allo stesso legale della prima coppia, l'avvocato Francesco Petruzzi. Si tratta di tre coppie aggiuntive, anch'esse in trepida attesa di notizie sui propri embrioni conservati presso il centro del San Paolo. Secondo quanto ricostruito, una di queste avrebbe già richiesto un provvedimento al giudice civile, che dovrebbe pronunciarsi a settembre.

L'incertezza e l'ansia per questi genitori sono palpabili, come testimoniato dalle dichiarazioni di alcuni di loro, che hanno espresso lo sconforto per la mancanza di risposte da parte dell'ospedale sulla tracciabilità dei loro campioni biologici.

Le carenze strutturali e i controlli

Nel frattempo, un'ispezione congiunta del Centro nazionale trapianti e del ministero della Salute, condotta presso l'ospedale San Paolo, avrebbe evidenziato una situazione definita "fuori controllo", a causa di gravi carenze nei dati e di errori nelle trascrizioni dei registri. Uno degli aspetti più critici emersi riguarda l'accesso agli archivi digitali della procreazione assistita, che risultava bloccato da una password in possesso di un medico non più in servizio presso la struttura.

Questo quadro di disorganizzazione ha alimentato i timori delle coppie, che si sentono "ostaggio dell'azienda ospedaliera", incapaci di ottenere certezze sul destino dei propri embrioni.

Le reazioni e il dibattito etico-giuridico

Il caso solleva complesse questioni etiche e giuridiche, che sono state al centro dell'intervento del professor Andrea Patroni Griffi, docente di Diritto costituzionale all'Università Federico II di Napoli e direttore del Centro Interuniversitario di Ricerca Bioetica. Patroni Griffi ha sottolineato come in giurisprudenza, in casi analoghi di disconoscimento della paternità biologica, l'interesse superiore del minore porti a far prevalere il legame affettivo e sociale costruito con i genitori che lo hanno cresciuto, rispetto al dato meramente genetico.

Un principio che, sebbene offra una bussola per il futuro della bambina già nata, non placa le ansie di tutte quelle coppie che oggi attendono di sapere se esista altrove un loro figlio biologico e, soprattutto, dove siano finiti gli embrioni che avevano affidato alla scienza.

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