Il nodo Mercosur stringe l'Europa, mentre gli agricoltori scendono in piazza
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Redazione Interno
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L’Unione Europea, che da un quarto di secolo cerca di chiudere l’accordo commerciale con i Paesi del Mercosur, si ritrova oggi in un pericoloso stallo, proprio mentre i negoziatori avevano messo a punto, nelle ultime ore, quelle clausole di salvaguardia che avrebbero dovuto aprire la strada alla firma. Il cosiddetto “accordo preliminare”, raggiunto tra Parlamento europeo e Stati membri, prevedeva infatti meccanismi di protezione per i settori agroalimentari più sensibili, introducendo una soglia – fissata all’8% – per le importazioni, oltre la quale Bruxelles potrebbe attivare misure correttive. A tali strumenti si accompagnava, come ulteriore garanzia, una dichiarazione vincolante sugli standard produttivi e un rafforzamento dei controlli sanitari sui prodotti in arrivo dal Sud America, elementi che però non sono bastati a placare le profonde divergenze interne al Vecchio Continente.
Le divisioni che lacerano il fronte comune
La partita, che ha visto a lungo la Commissione di Ursula von der Leyen lavorare per trovare un delicato equilibrio, si è improvvisamente incagliata di fronte all’opposizione dura di alcuni governi, tra i quali spicca quello italiano, orientato a respingere l’intesa nella sua forma attuale. Una posizione, quella di Roma, che trova un convinto sostenitore nella Confederazione agricola nazionale, la quale plaude all’impostazione del governo e si appresta a portare la propria protesta direttamente nel cuore delle istituzioni comunitarie. D’altro canto, un blitto di Paesi – con Germania, Danimarca e Paesi Bassi in prima fila – spinge invece perché l’accordo vada in porto senza ulteriori ritardi, creando una frattura insanabile che paralizza il processo decisionale e costringe a rimandare la firma ufficiale, originariamente prevista in Brasile con il presidente Luiz Inacio Lula da Silva.
Le proteste che salgono dalla campagna a Bruxelles
Questo clima di incertezza e di conflitto si alimenta, in un circolo vizioso, con la mobilitazione crescente degli agricoltori europei, i quali da settimane esprimono il loro malcontento per quelle che percepiscono come minacce alla sopravvivenza delle loro aziende. Le proteste, particolarmente vivaci in Francia, sono destinate a trovare domani un nuovo palcoscenico a Bruxelles, dove convergeranno le istanze di un settore che chiede, innanzitutto, reciprocità nelle regole e una concreta tutela della qualità delle produzioni. La piazza, dunque, si somma al dissenso politico, rendendo ancor più complesso il lavoro dei diplomatici e mostrando, in controluce, tutte le difficoltà di un’Europa chiamata a parlare con una voce sola su temi che toccano gli interessi economici fondamentali degli Stati membri.
Un futuro negoziale appeso a un filo
La situazione attuale rappresenta, in buona sostanza, il paradigma delle contraddizioni che attraversano il progetto comunitario, il quale fatica a conciliare le esigenze del mercato globale con la difesa dei propri modelli produttivi e sociali. La presidente della Commissione, il cui mandato è attraversato da questa spinosa questione, si trova dunque in una posizione di estrema fragilità, costretta a navigare tra le pressioni contrastanti dei governi nazionali e le rivendicazioni di un’opinione pubblica sempre più sensibile ai temi della sicurezza alimentare e della sovranità economica. Ogni tentativo di mediazione, per quanto tecnicamente raffinato come quello sulle clausole di salvaguardia, rischia di infrangersi contro il muro delle divisioni politiche, lasciando in sospeso un negoziato di portata storica.




