L’inferno sudanese, ignorato dai potenti

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre l’attenzione globale si concentra su Ucraina e Gaza, il Sudan sprofonda in un conflitto che, da due anni a questa parte, ha prodotto numeri da catastrofe umanitaria: 150 mila morti, 13 milioni di sfollati, 25 milioni di persone ridotte alla fame. Una guerra che, nonostante le dimensioni apocalittiche, sembra quasi invisibile agli occhi della politica internazionale, lasciando il Paese in balia di una crisi che minaccia di travolgere l’intera Africa orientale.

Il 15 aprile 2023, le Forze armate sudanesi (Saf) e i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) si sono scontrate in un conflitto che, da allora, non conosce tregua. Irene Panozzo, analista politica ed esperta della regione, sottolinea come l’andamento della guerra sia legato anche alle stagioni: «La fighting season, il periodo in cui i combattimenti si intensificano, va da settembre-ottobre ad aprile-maggio», spiega, evidenziando un aspetto spesso trascurato ma cruciale per comprendere le dinamiche sul campo.

Intanto, nel Darfur, l’unica città ancora controllata dalle forze governative, El Fasher, resiste sotto assedio, mentre il campo profughi di Zamzam, a pochi chilometri di distanza, è diventato simbolo di una tragedia senza fine. Con 500 mila persone ammassate in condizioni disumane, la fuga continua a essere l’unica opzione per chi cerca di sopravvivere. I dati sono impietosi: ogni dieci secondi, un bambino è costretto ad abbandonare la propria casa, portando il numero totale di minori sfollati a oltre 6,5 milioni. Una generazione intera cresciuta nell’incertezza, tra violenze e carestie, mentre il mondo sembra voltarsi dall’altra parte.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.