Trump: «48 ore per l’accordo o l’inferno». Teheran: «L’intera regione sarà un inferno per voi»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione tra Washington e Teheran, dopo settimane di schermaglie verbali e incidenti militari mai ufficialmente rivendicati fino in fondo, è improvvisamente schizzata a livelli che molti analisti, interpellati nelle ultime ore, definiscono «pre-bellici». Il presidente Donald Trump, tornato alla Casa Bianca con la carica di un leader che non teme le rotture, ha lanciato un ultimatum secco alla Repubblica islamica: 48 ore di tempo per siglare un accordo — con particolare riferimento alla riapertura dello Stretto di Hormuz e alla fine delle ostilità — altrimenti, ha scritto sul suo social Truth, «si scatenerà l’inferno». Una minaccia che, nel lessico trumpiano, implica bombardamenti massicci sulle infrastrutture energetiche e petrolifere del Paese. La replica di Teheran non si è fatta attendere, ed è stata altrettanto drastica: «Voi siete già in una palude, e il vostro ultimatum è disperato. Se colpirete, l’intera regione diventerà per voi un inferno».

Nel frattempo, il quadro sul campo si è ulteriormente complicato. Un caccia F-15E dell’aviazione statunitense è stato abbattuto in territorio iraniano; i due piloti erano a bordo, ma le squadre di soccorso americane — operative con il supporto di mezzi aerei e navali — sono riuscite a recuperarne soltanto uno. L’altro risulta disperso, e le operazioni per localizzarlo proseguono senza sosta in un’area ad altissimo rischio, dove le milizie filoiraniane potrebbero aver già messo le mani su eventuali rottami o, peggio, sull’aviatore stesso. La missione di recupero, ribattezzata informalmente «Sandy» dagli addetti ai lavori, è diventata il fulcro operativo del contingente americano nel Golfo: ogni ora che passa senza notizie del secondo pilota alimenta la pressione su Trump, il quale, da parte sua, alterna dichiarazioni improntate a un cauto ottimismo («Credo che riusciremo ad avere un accordo entro domani») a improvvisi scatti di aggressività verbale. In un passaggio successivo, lo stesso presidente ha infatti ammesso: «Sto valutando di far saltare tutto in aria e prendere il controllo del petrolio».

L’attacco informatico dal Kuwait e il drone sul ministero

A complicare ulteriormente lo scenario, un episodio finora poco raccontato ma ritenuto dagli investigatori internazionali di grande rilevanza. Un drone di origine iraniana, decollato presumibilmente da una base non dichiarata nel nord del Kuwait, ha centrato il complesso del Ministero delle Finanze kuwaitiano, causando danni strutturali gravi. Non si registrano vittime, ma l’attacco — che molti hanno letto come un messaggio indiretto agli Stati Uniti — ha costretto il governo del Kuwait a convocare d’urgenza l’ambasciatore iraniano. Teheran non ha né confermato né smentito la paternità dell’operazione, limitandosi a osservare che «chi semina vento raccoglie tempesta». Le autorità kuwaitiane, dal canto loro, hanno avviato una perquisizione nei pressi del confine con l’Iraq, dove si sospetta esistano piste di lancio improvvisate per droni.

L’ammissione di Trump sulle armi all’opposizione

Un passaggio, quello dell’ultimatum, che ha messo in luce una contraddizione interna alla stessa amministrazione. Lo stesso Trump, infatti, ha rilasciato una dichiarazione destinata a fare discutere: «Abbiamo inviato armi all’opposizione iraniana». Una frase che confermerebbe ciò che molti servizi segreti davano per scontato da mesi, ovvero un sostegno materiale americano ai gruppi dissidenti dentro l’Iran. La leadership di Teheran ha definito l’ammissione «una violazione del diritto internazionale» e «un atto ostile che non resterà senza risposta». Sul piano diplomatico, intanto, si registra l’ennesimo missile colpito contro la base Unifil in cui sono schierati soldati italiani; Roma ha inviato una lettera di protesta formale all’Onu, senza però che al momento sia chiaro se il razzo provenisse da fazioni legate all’Iran o da altri attori locali.

Il rebus del pilota disperso e il doppio volto di Trump

La figura di Trump, in queste ore, appare ai cronisti quasi divisa in due: da una parte il presidente che annuncia un accordo imminente, dall’altra il comandante in capo pronto a «far saltare tutto in aria». Una contraddizione che ricorda il celebre dottor Jekyll e mister Hyde, e che getta nello sconcerto persino i suoi alleati più fedeli. Mentre i radar americani monitorano ogni movimento dei pasdaran e le portaerei si posizionano a distanza di lancio, il destino del pilota disperso resta appeso a un filo. Senza di lui, ogni ipotesi di tregua appare remota. Con lui — se venisse restituito — si potrebbe ancora tentare una mediazione. Ma il tempo, scandito dalle 48 ore trumpiane, scorre inesorabile. E l’inferno, se non arriverà l’accordo, potrebbe davvero aprire i suoi cancelli su una regione già stremata.

Meta description: Trump dà 48 ore all’Iran per un accordo. Abbattuto un caccia Usa, pilota disperso. Drone colpisce ministero in Kuwait. Tensione da guerra.

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