La guerra in Iran fa male al portafoglio degli americani (e a quello dei soldati Usa nel Pacifico)

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   Non è solo una questione di vite umane o di equilibri geopolitici, anche se quelli restano il cuore pulsante del dramma: la guerra tra Stati Uniti e Iran ha un effetto immediato, quasi volgare, sulla quotidianità di chi quella guerra la combatte o la sostiene da casa. L’allarme, stavolta, arriva dalle basi americane nel Pacifico dove i prezzi del carburante, indispensabile per mezzi e logistica, sono destinati a lievitare in maniera preoccupante. Un sintomo, questo, di come la crisi energetica globale abbia smesso di essere un’astrazione per trasformarsi in un costo concreto per le strutture militari stesse, strettamente legato all’instabilità che attraversa lo Stretto di Hormuz.

Se i militari subiscono l’aumento in modo indiretto, c’è chi invece lo subisce in prima linea sulla pelle (e sul conto corrente). Negli Stati Uniti, come riportano i dati diffusi martedì, il prezzo medio nazionale di un gallone di benzina normale ha superato quota 4 dollari, un livello che non si toccava dal 2022 con un balzo di oltre un dollaro solo nell’ultimo mese. Per migliaia di autisti di Uber e Lyft, che rappresentano l’esercito silenzioso della mobilità cittadina, la situazione è diventata insostenibile. Con il costo della materia prima alle stelle, accettare una corsa significa spesso lavorare in perdita o, peggio, vedere il guadagno orario ridursi a una miseria; alcuni di loro, come testimoniano le cronache economiche, sono costretti a fare i “selettivi”, rifiutando le tratte brevi per cercare di sopravvivere, mentre altri hanno semplicemente appeso il cartello “chiuso per fallimento”.

Del resto, non è un mistero che il prezzo dei carburanti, dall’Italia agli Stati Uniti, abbia un peso specifico sul consenso politico molto più influente di qualsiasi dato sul Prodotto Interno Lordo. Una ricerca pubblicata su American Politics Research nel 2025, che ha analizzato cinquant’anni di dati americani, lo conferma senza mezzi termini: la benzina è tra i predittori più forti dell’approvazione presidenziale. Un fenomeno, quello statunitense, che è anche matematicamente quantificabile: secondo uno studio citato da S&P Global, ogni aumento di 10 centesimi al gallone sottrae circa 0,6 punti di consenso al presidente.

L’etanolo come ancora di salvezza (e i suoi limiti strutturali)

Di fronte a questa emergenza, che vede lo Stretto di Hormuz bloccato come un raccordo anulare nel venerdì sera di un ponte festivo, l’EPA ha tirato fuori dal cilindro quella che sembra una soluzione “alla MacGyver”: allungare la benzina con più etanolo. L’idea, sulla carta, è semplice: se diluisci il costo, abbassi il prezzo finale. L’annuncio ufficiale parla di voler scongiurare interruzioni nella fornitura, permettendo la vendita dell’E15 (con il 15% di etanolo) anche durante i mesi estivi, quando solitamente è vietato per ragioni ambientali legate allo smog.

Peccato che la realtà dei fatti sia più complessa di una formula chimica. Il problema, come sottolineano gli esperti del settore, è duplice: da un lato, la distribuzione. L’E15 non è un prodotto universale; molti distributori non ce l’hanno, limitando di fatto l’accesso a una nicchia di mercato. Dall’altro, c’è la questione della compatibilità meccanica. L’etanolo è un solvente aggressivo, capace di corrodere guarnizioni e plastiche delicate dei motori più datati (anteriori al 2001, secondo le stesse raccomandazioni EPA), e riduce l’efficienza del carburante. Insomma, per usare una metafora automobilistica: si cerca di risolvere un problema di idraulica con del nastro adesivo, sperando che tenga sotto la pressione.

Quando la logistica si ferma, si ferma l’economia

Il caro-carburante non colpisce solo chi sta al volante di una berlina o di una auto condivisa. Le ripercussioni si stanno già facendo sentire lungo l’intera catena logistica americana. Amazon, per esempio, ha annunciato che a partire dal 17 aprile applicherà un supplemento del 3.5% sugli ordini, una tassa occulta che graverà su venditori e consumatori per far fronte all’aumento dei costi di trasporto. Nello stesso solco si muovono colossi delle spedizioni come UPS e FedEx, che hanno già alzato le loro tariffe, mentre il servizio postale americano (USPS) ha chiesto di introdurre un balzello temporaneo dell’8%.

Si tratta di un effetto domino che parte dal petrolio greggio e arriva dritto dritto al portafogli della classe media, dove il costo del gasolio (che ha superato i 5,50 dollari al gallone) incide pesantemente su agricoltura, edilizia e trasporto merci. La guerra in Iran, quindi, non è solo un titolo di apertura dei telegiornali, ma un’imposta occulta che ogni americano sta già pagando, volente o nolente, ogni volta che fa rifornimento o riceve un pacco a domicilio.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.