Il peso del gallone: la guerra in Iran fa salire benzina e diesel, e per Trump è un problema (anche politico)

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Redazione Economia Redazione Economia   -   C'è una soglia, più psicologica che tecnica, che negli Stati Uniti funziona da termometro immediato dello stato dell’economia: i cinque dollari al gallone. Quando viene superata, il tema smette di essere solo energetico e diventa politico, industriale, persino sociale. Nelle ultime ore, quella linea è stata di nuovo oltrepassata. Non ovunque, non in modo uniforme, ma abbastanza da riaccendere un campanello d’allarme che Wall Street e Main Street conoscono fin troppo bene. Il prezzo del diesel, che alimenta i camion, i treni e i macchinari agricoli, è schizzato a una media nazionale di almeno cinque dollari per 3,79 litri, toccando punte di 5,2 dollari nel New England e vette proibitive in California, dove tra tasse e costi aggiuntivi si arriva anche a 6,2 dollari. È la seconda volta nella storia americana che si verifica un rincaro simile: la prima risale al 2022, allo scoppio del conflitto in Ucraina.

Parallelamente, il costo della benzina, quello che gli automobilisti vedono aggiornato ogni giorno sui cartelli luminosi davanti ai distributori, ha subito un’impennata non indifferente. Secondo i rilevamenti della American Automobile Association, l’associazione che negli Stati Uniti monitora costantemente il mercato dei carburanti, il prezzo medio al gallone si attesta ora intorno ai 3,68 dollari, segnando un incremento del 23% dall'inizio delle ostilità in Medio Oriente. In alcune aree del paese, come la California, la benzina ha già superato quota cinque dollari, riportando alla mente i picchi del 2022. Le interruzioni delle esportazioni di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, un vero e proprio collo di bottiglia per il greggio mondiale, hanno causato un’impennata dei prezzi dei derivati su scala globale, minacciando di colpire duramente i portafogli dei consumatori e di far deragliare quella ripresa dell’attività economica data ormai per scontata.

Il peso del diesel sull'economia reale

L'aumento del diesel è forse l'aspetto più insidioso di questa crisi, perché il suo effetto non si limita al costo del pieno per i possessori di veicoli pesanti. Come ricordano gli analisti dell'Agenzia statunitense per l’informazione energetica, il diesel è il carburante che muove l’economia: alimenta i treni merci, le navi portacontainer e i macchinari utilizzati nell’edilizia e nell’agricoltura. Tradotto, ogni bene di consumo che arriva sugli scaffali dei negozi viaggia grazie al diesel, e un suo rincaro si traduce inevitabilmente in un aumento dei prezzi al dettaglio. Le stime parlano di un incremento del 23% del costo del carburante per i trasporti pesanti, un rincaro che le aziende di logistica, specialmente quelle con margini sottili, faticano ad assorbire. Alcune potrebbero provare a "mangiarsi" il costo extra per non perdere clienti, come già avvenuto in passato, ma se il conflitto dovesse protrarsi, i rincari si riverseranno a cascata su alimentari, abbigliamento e materie prime, alimentando quella spirale inflazionistica che si credeva ormai domata.

L’allarme rosso alla Casa Bianca

Il quadro economico, già prima dello scoppio della guerra, non era particolarmente rassicurante per l'amministrazione Trump. C'era però un dato positivo su cui il presidente aveva costruito buona parte della sua comunicazione: il costo della benzina era basso, anzi, in costante discesa. A gennaio il prezzo medio aveva toccato quota 2,81 dollari, un livello che sembrava premiare la politica energetica della Casa Bianca. L’attacco all’Iran e la conseguente instabilità nella regione hanno improvvisamente spazzato via quel vantaggio. L’impennata dei prezzi rappresenta ora un grattacapo non da poco per il presidente, con le elezioni di midterm che si avvicinano rapidamente. Il costo della benzina è storicamente uno dei termometri più sensibili per l’elettorato americano, e un suo rialzo viene quasi sempre interpretato come un segnale di debolezza economica, indipendentemente dalle cause geopolitiche che lo hanno determinato. La promessa di Trump, che in campagna elettorale aveva fatto della riduzione del prezzo dell’energia uno dei suoi cavalli di battaglia contro Biden, rischia ora di ritorcersi contro di lui.

Un prezzo piccolo da pagare?

La retorica presidenziale, in queste ore, cerca di minimizzare l’impatto della stangata. Trump ha parlato di un aumento "artificialmente alto" e destinato a rientrare nel giro di pochi giorni, ribadendo che "la guerra sarà in gran parte finita in due o tre giorni". Un messaggio, quest'ultimo, che sembra rivolto più a tranquillizzare i mercati e i suoi stessi alleati politici che a descrivere la realtà sul campo. Il presidente ha definito il caro-benzina "un prezzo piccolo da pagare" per garantire la sicurezza e la pace nel mondo, un’affermazione che stride con il nervosismo crescente nel mondo repubblicano. I rialzi, infatti, stanno erodendo il consenso proprio in quella fascia di elettorato popolare che aveva creduto nella promessa di un’amministrazione capace di tenere insieme fermezza internazionale e benessere domestico. La verità è che i prezzi, dall’inizio delle ostilità, sono lievitati senza mostrare segni di cedimento, e l'ipotesi di una guerra lampo sembra ogni ora più lontana. Il segretario all’Energia, Chris Wright, aveva paventato la possibilità di aumentare la produzione di shale oil, ma i produttori sanno bene che estrarre a costi competitivi con un barile intorno ai 50-60 dollari, come auspicato da Trump, è un’impresa titanica, se non una pura utopia.

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