La guerra con l’Iran spinge la benzina oltre i 4 dollari, l’allarme rosso per le midterm
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Redazione Economia
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Negli Stati Uniti la politica si misura spesso attraverso un display luminoso a bordo strada: verde o rosso, cifre grandi e visibili da lontano, davanti a un distributore lungo un’autostrada o all’uscita di un sobborgo. È lì, in quella luce intermittente, che una guerra lontana smette improvvisamente di essere distante. E oggi, per la prima volta da agosto 2022, il prezzo medio nazionale della benzina ha superato quota 4 dollari al gallone, toccando i 4,018 dollari secondo i dati dell’American Automobile Association. Un livello, questo, che per gli americani rappresenta una soglia simbolica di arrabbiatura collettiva, un tetto psicologico che nessun presidente vorrebbe mai vedere infranto sotto la propria amministrazione, tanto più in un anno di elezioni di metà mandato.
Uno shock globale che parte dallo Stretto di Hormuz
Il rincaro, che in appena trenta giorni ha aggiunto più di un dollaro al gallone – segnando un balzo del 35% – trova la sua causa remota non nei meccanismi della domanda interna, ma nelle dinamiche geopolitiche che hanno riacceso i riflettori sul Medio Oriente. È la guerra con l’Iran, entrata ormai nella sua quinta settimana, a scuotere i mercati energetici. Il conflitto, che ha visto gli Stati Uniti e Israele lanciare un’offensiva contro Teheran lo scorso 28 febbraio, ha di fatto messo sotto scacco lo Stretto di Hormuz, il passaggio obbligato attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio mondiale. Non è necessario che i rubinetti si chiudano del tutto: la sola minaccia di un’interruzione, amplificata dagli attacchi ai mercantili – come quello che ha coinvolto una petroliera al largo delle coste di Dubai – ha innescato un meccanismo speculativo che gonfia i prezzi indipendentemente dalle reali disponibilità di greggio. A ciò si aggiunge il “premio di rischio” applicato dagli operatori finanziari, i quali, di fronte all’incertezza, comprano petrolio in previsione di future strette, alimentando una spirale rialzista che finisce per ricadere direttamente sul costo finale dei carburanti. Il greggio Brent, il riferimento internazionale, ha superato i 115 dollari al barile, un livello che non si vedeva dai primi mesi del 2022, quando fu la guerra in Ucraina a sconvolgere i mercati.
L’economia reale si scontra con la promessa della “casa bianca”
Per l’amministrazione Trump, che ha costruito buona parte della propria narrativa economica sul controllo dell’inflazione e sul caro vita, questo aumento rappresenta un problema politico di difficile gestione. Il presidente, che solo un mese fa poteva vantare un trend di discesa dei prezzi alla pompa, si trova ora a dover fare i conti con un’impennata che rischia di vanificare le promesse fatte agli elettori. La Casa Bianca ha cercato di arginare la marea con provvedimenti tampone: la sospensione per sessanta giorni del Jones Act, che consente a navi battenti bandiera estera di trasportare carburante tra i porti americani, e l’ennesima deroga per la vendita estiva della benzina E15, una miscela più economica ma più volatile. Tuttavia, questi interventi si sono rivelati finora insufficienti a invertire la rotta, perché la natura del problema non è logistica, ma strutturale e legata alla meccanica globale del mercato energetico. Come spiegano gli analisti, anche se gli Stati Uniti sono oggi uno dei maggiori produttori di greggio al mondo, il prezzo della benzina è determinato dai benchmark internazionali: nessun Paese, nemmeno il primo produttore, può isolarsi da uno shock che colpisce l’offerta globale.
Il conto salato per le famiglie e il terreno minato per i repubblicani
Il ritorno del prezzo sopra i 4 dollari al gallone riporta alla memoria l’estate del 2022, quando lo scoppio della guerra in Ucraina fece volare i prezzi, ma stavolta il contesto politico è radicalmente diverso. A novembre si terranno le elezioni di metà mandato, e per i repubblicani la difesa della maggioranza al Congresso passa inevitabilmente attraverso la gestione dell’economia. I sondaggi, in tal senso, iniziano a mostrare crepe preoccupanti: circa il 61% degli adulti disapprova il modo in cui Trump sta gestendo l’economia, e più della metà degli intervistati dichiara che l’aumento del prezzo della benzina sta impattando negativamente sulle proprie finanze familiari. La percezione del benessere economico, in America, è storicamente legata al costo del pieno; gli studi di Stanford hanno quantificato l’effetto di un aumento di un dollaro al gallone in un calo del 5% della fiducia dei consumatori, un dato che i democratici intendono sfruttare per legare il nome del presidente a un conflitto percepito come impopolare e costoso.
Quando la guerra si riflette nella spesa quotidiana
Oltre al disagio diretto per gli automobilisti, l’impennata dei prezzi dei carburanti rischia di innescare un effetto domino su tutta la filiera produttiva. Il costo del diesel, fondamentale per il trasporto merci, ha superato i 5,40 dollari al gallone, un livello critico che anticipa rincari a cascata sui beni di largo consumo e sui generi alimentari. L’incertezza che avvolge le rotte commerciali nel Golfo Persico, con le assicurazioni che alzano i premi per i cargo, contribuisce a rendere più cara ogni merce che entra nel mercato americano. Per Trump, che ha sempre fatto della piena indipendenza energetica un cavallo di battaglia, la situazione rappresenta un cortocircuito politico non indifferente: la guerra iniziata per contenere l’Iran, con l’obiettivo dichiarato di proteggere gli interessi nazionali, si trasforma ora in un’accelerazione dell’inflazione che rischia di alienargli il consenso di quegli elettori indipendenti e della classe operaia che avevano favorito la sua vittoria. E mentre i repubblicani tentano di sostenere che si tratti di un sacrificio temporaneo necessario per la sicurezza nazionale, i democratici incalzano, riportando la discussione su quello che definiscono “il costo reale della guerra”.




