Stati Uniti, la beffa della guerra in Iran: nessuno come loro paga la benzina più cara

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Quando il prezzo del greggio accelera, come sta accadendo in queste settimane seguendo la logica feroce della chiusura dello Stretto di Hormuz, a pagarne le conseguenze più salate non sono i clienti delle stazioni di servizio europee o asiatiche, bensì proprio i cittadini di quel Paese che, insieme a Israele, ha dato il via al conflitto in Medio Oriente. Parliamo naturalmente degli Stati Uniti, dove l’ultima rilevazione della American automobile association (Aaa) fotografa una realtà paradossale: la media nazionale della benzina ha toccato quota 4,30 dollari al gallone, aggiornando al rialzo i massimi annuali e raggiungendo livelli che non si registravano dall’agosto del 2022. Una vera e propria stangata, se si considera che solo sette giorni prima il prezzo medio si attestava a 4,03 dollari al gallone, segno evidente di un’accelerazione improvvisa e potentissima.

Ma c’è di più, e la geografia dei rincari americani lo dimostra senza possibilità di appello: in California, cuore pulsante dell’economia tecnologica e agricola, la verde ha già sfondato il muro psicologico dei 6 dollari al gallone, mentre chi viaggia a gasolio si trova a fare i conti con un prezzo medio che si aggira attorno ai 7,50 dollari al gallone. A fare chiarezza su questi numeri, che rischiano di minare il consenso interno su cui il presidente Trump fa certamente affidamento, ci ha pensato un’analisi della banca d’affari JpMorgan, ripresa poi dal Financial Times. Il rapporto, che confronta l’andamento dei prezzi alla pompa nei diversi Paesi del G7 dall’inizio delle ostilità nello scorso febbraio, rivela un dato inequivocabile: gli Stati Uniti sono la nazione in cui la benzina è cresciuta di più, con un incremento del 42% rispetto ai giorni immediatamente precedenti l’inizio della guerra in Iran. Un balzo che ha polverizzato la “pace dei prezzi” che, seppur a fatica, si era tentato di mantenere fino a quel momento.

A peggiorare ulteriormente il quadro, e a rendere la situazione americana un caso quasi unico nel panorama occidentale, concorrono fattori strutturali che vanno oltre la semplice impennata del Brent. Nonostante gli Stati Uniti siano oggi un esportatore lordo di petrolio e derivati, il loro mercato non vive affatto in una bolla protetta; al contrario, le quotazioni globali del greggio determinano il costo della materia prima anche per le raffinerie del Texas o della Louisiana, e quando lo Stretto di Hormuz viene bloccato – come è successo con il doppio veto imposto da Washington e Teheran – il prezzo schizza verso l’alto senza che gli scudi nazionali possano fare molto. La situazione è resa ancor più critica dalle strozzature della raffinazione e dalle specificità logistiche del continente: se nel Midwest, ad esempio, la manutenzione programmata di alcuni grandi impianti in Illinois ha ridotto l’offerta locale, sulla Costa Ovest si pagano le distanze siderali dai poli di lavorazione del Golfo del Messico e il costo aggiuntivo delle miscele “verdi” imposte dalla severa normativa californiana.

Il confronto con l’Europa e il crollo della domanda come effetto collaterale

Spostando lo sguardo oltreoceano, il primato negativo degli States diventa ancora più eclatante se paragonato a quanto accade, per esempio, nei paesi dell’Unione Europea. Secondo i dati elaborati da JpMorgan, in Canada e nel Regno Unito gli aumenti della benzina si sono fermati rispettivamente al 24% e al 9%; in Germania la stangata è stata più pesante (15% per la benzina, 25% per il diesel), mentre in Francia l’incremento si è assestato poco sotto il 19%. E l’Italia? Nel nostro Paese, famoso per avere da sempre uno dei carichi fiscali sui carburanti più alti d’Europa, la benzina è aumentata solo del 4,6% dall’inizio della guerra, anche se il diesel, più sensibile alle turbolenze commerciali, ha subito un rincaro di circa il 20%. Una performance, quella italiana, resa possibile solo dall’intervento governativo che, attraverso una complicata manovra contabile, ha prorogato fino al 10 maggio il taglio delle accise, evitando così che il prezzo al litro valicasse immediatamente la soglia dei due euro.

Ma torniamo agli Stati Uniti, dove l’impennata dei costi sta iniziando a produrre un effetto paradossale che gli analisti di JpMorgan avevano previsto solo in uno scenario di crisi estrema. Stiamo parlando della distruzione della domanda, quel fenomeno per cui, di fronte a prezzi troppo alti, i consumatori iniziano a rinunciare all’auto o a ridurre drasticamente gli spostamenti. Secondo un’analisi condotta dalla commodity strategist di JpMorgan Natasha Kaneva, diffusa a fine aprile, la perdita di domanda di petrolio a livello globale ha raggiunto i 4,3 milioni di barili al giorno solo nel mese di aprile, con i paesi emergenti che non sono più in grado di assorbire l’urto. “Il problema è aritmetico”, ha spiegato Kaneva, “se circa 14 milioni di barili di offerta devono essere rimossi dal mercato, anche attingendo massicciamente alle scorte globali, il sistema ha ancora bisogno di tagliare 2 milioni di barili dalla domanda”. Un taglio che, nelle intenzioni del mercato, dovrebbe venire proprio dagli automobilisti americani ed europei, costretti a pagare prezzi sempre più alti finché non decideranno di lasciare l’auto in garage.

I numeri di una crisi annunciata e i record infranti

La fotografia scattata dall’Aaa a fine aprile non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche. Il dato dei 4,30 dollari al gallone rappresenta non solo il massimo dell’anno, ma anche il valore più alto dall’estate del 2022, quando l’inflazione post-pandemica e la guerra in Ucraina avevano già messo a dura prova i portafogli degli statunitensi. E il trend, stando alle previsioni di Goldman Sachs, difficilmente potrà invertirsi nel breve periodo: la banca d’affari ha infatti rivisto al rialzo le stime per il Brent, portando la previsione per il trimestre in corso a 100 dollari al barile e a 90 dollari per il quarto trimestre del 2026, ciò a causa dei marcati cali delle scorte globali e della chiusura del fondamentale passaggio mediorientale. Gli analisti della stessa banca hanno calcolato che le perdite di offerta globali di petrolio hanno raggiunto i 14,5 milioni di barili al giorno, con un conseguente deficit che, nel solo trimestre primaverile, si attesterà a 9,6 milioni di barili al giorno.

Dati, questi, che raccontano di un’economia mondiale strozzata dal collo di bottiglia di Hormuz, ma che restituiscono anche l’immagine di un’amministrazione americana, quella guidata da Donald Trump, messa in difficoltà da una crisi che lei stessa ha contribuito a generare. A differenza di quanto accadde con l’invasione russa dell’Ucraina, quando gli Stati Uniti potevano permettersi il lusso di guardare i rincari da una posizione di relativo privilegio, questa volta il conflitto in Iran coinvolge direttamente le rotte di approvvigionamento che riforniscono il Golfo del Messico e le raffinerie della costa. Un paradosso non da poco, se si considera che la volontà di colpire le esportazioni iraniane era stata giustificata proprio come un’azione necessaria per tutelare gli interessi energetici occidentali.

Il peso della raffinazione e le due Americhe della benzina

A complicare ulteriormente la situazione, e a rendere la crisi americana diversa da quella europea, concorre un elemento squisitamente industriale che riguarda la capacità di raffinazione. Negli ultimi anni, diversi impianti statunitensi sono stati chiusi o convertiti a causa della transizione ecologica, riducendo la capacità nazionale di trasformare il greggio in benzina e diesel. Questa rigidità strutturale fa sì che, quando la domanda aumenta stagionalmente – come accade in primavera, quando gli automobilisti iniziano a viaggiare di più e entrano in vigore le miscele estive più costose – l’offerta fatica a stare al passo, amplificando la corsa dei prezzi. Ne è un esempio eclatante quanto accaduto in Illinois, dove un impianto di raffinazione fermo per manutenzione ha contribuito a far schizzare il prezzo della benzina del 25,6% in un solo mese.

Ma è soprattutto la California a rappresentare il caso limite di questa “febbre” dei prezzi. Nello stato più popoloso dell’Unione, il costo medio della benzina supera ormai i 6 dollari al gallone (circa 1,75 euro al litro), un valore che non ha eguali nel mondo occidentale e che rischia di penalizzare duramente i pendolari e le piccole imprese. A pesare, oltre ai già citati problemi logistici e normativi, sono anche le accise locali, che a San Francisco o a Los Angeles sono tra le più alte dell’intero Paese. Il risultato è una geografia a due velocità: da una parte gli stati del Golfo e delle Grandi Pianure, dove i prezzi restano sotto la media nazionale (pur avendo subito aumenti a doppia cifra), dall’altra la West Coast e alcune aree del Nordest, dove il costo della mobilità sta diventando un lusso per pochi. Un divario che, in assenza di interventi strutturali, rischia di allargarsi ulteriormente nelle prossime settimane, alimentando il malcontento in quelle regioni che, non a caso, erano state decisive per la vittoria elettorale di Trump.

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