L’incubo della benzina a 5 dollari e l’effetto Hormuz sull’economia americana

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La guerra con l’Iran, giunta ormai alla sua terza settimana, ha innescato una reazione a catena i cui effetti più tangibili, per milioni di cittadini statunitensi, si misurano in dollari al gallone. L’interruzione, di fatto, del traffico di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui transita circa un quinto della produzione mondiale di greggio, ha provocato un’impennata dei prezzi dei carburanti che non si vedeva dall’autunno del 2023. La media nazionale per la benzina regolare, secondo i dati raccolti dalla American Automobile Association (AAA), ha ormai superato abbondantemente la soglia psicologica dei 3,80 dollari, toccando punte che in alcuni distretti californiani e nei quartieri centrali di New York sfiorano e talvolta oltrepassano i 5 dollari. Un balzo in avanti, questo, che rappresenta un rincaro di circa il 23% rispetto al periodo immediatamente precedente l’inizio delle ostilità, un incremento che incide in modo diretto e talvolta drammatico sui bilanci familiari, specialmente per chi utilizza l’auto per lavoro.

Il diesel, carburante fondamentale per l’intera filiera logistica e dei trasporti, ha varcato la linea dei 5 dollari al gallone in molti stati, accendendo un preoccupante campanello d’allarme per il settore dell’autotrasporto e, di riflesso, per i prezzi al dettaglio di qualsiasi bene di consumo. Quando il costo del pieno per un tir aumenta di cento dollari rispetto a poche settimane fa, come spiegano gli analisti del settore, quel rincaro finisce inevitabilmente per essere scaricato a valle, dalle derrate alimentari ai beni durevoli, alimentando quelle tensioni inflazionistiche che l’amministrazione Trump sperava di aver domato. La Casa Bianca, pur avendo annunciato il rilascio di ingenti quantità di petrolio dalle riserve strategiche, un’operazione coordinata con l’Agenzia Internazionale per l’Energia che metterà sul mercato centinaia di milioni di barili, si trova ora a fare i conti con una narrativa economica che fino a poche settimane fa sembrava vincente.

Il termometro politico del pieno e la nuova retorica della Casa Bianca

Prima dello scoppio del conflitto, il presidente Trump non perdeva occasione per sottolineare il costo contenuto della benzina, un dato che presentava come uno dei pilastri del suo successo economico e che gli permetteva di tracciare un confronto favorevole con l’era Biden, quando il prezzo al gallone aveva toccato i 5 dollari. In comizi e apparizioni pubbliche, la cifra di 1,99 dollari, o addirittura 1,85, veniva sbandierata come la prova provata che la sua politica energetica, improntata alla dominanza estrattiva, stava funzionando. Oggi, con il prezzo medio schizzato verso i 4 dollari, la strategia comunicativa è radicalmente cambiata, adattandosi alla nuova realtà di un mercato globale sconvolto. L’amministrazione, e il presidente in prima persona, hanno iniziato a sostenere che l’aumento del prezzo del greggio, e quindi dei carburanti, rappresenta in realtà un vantaggio per gli Stati Uniti, divenuti il primo produttore mondiale di idrocarburi.

“Quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi”, ha scritto Trump in un post sui suoi canali social, nel tentativo di ribaltare la percezione di una crisi in una narrazione di forza e profitto nazionale. Una frase, questa, che ha immediatamente scatenato le critiche dell’opposizione democratica, pronta a sottolineare come quei guadagni vadano a finire nelle casse delle grandi ration energetiche e non certo nelle tasche degli automobilisti del ceto medio o degli autotrasportatori che si trovano a dover fare i conti con un costo della vita in rapida ascesa. I democratici, memori delle passate campagne elettorali incentrate proprio sul costo della vita, hanno colto la palla al balzo per accusare il presidente di essere “fuori dal mondo”, citando le dichiarazioni di alcuni membri del suo esecutivo che hanno bollato il caro-carburanti come un “piccolo prezzo da pagare” per la sicurezza nazionale e la neutralizzazione della minaccia nucleare iraniana.

Le conseguenze sulle strade e sulle imprese, tra difficoltà e speculazioni

Mentre il dibattito politico infiamma Washington, la realtà quotidiana lungo le highways e nei centri urbani racconta un’altra storia, fatta di difficoltà oggettive e scelte obbligate. Gli autotrasportatori, categoria già messa a dura prova dalle fluttuazioni del mercato, vedono erosi i propri margini, quando non sono costretti a lavorare in perdita, e le piccole imprese di consegna merci iniziano a introdurre sovrattasse per far fronte all’aumento del gasolio. Non si tratta solo di un rincaro stagionale, legato al passaggio al cosiddetto summer blend, la miscela estiva più costosa da produrre, ma di uno shock strutturale, generato dall’incertezza geopolitica e dalla chiusura virtuale di una delle principali arterie del commercio energetico mondiale. La situazione nello Stretto di Hormuz, dove le forze iraniane hanno di fatto bloccato il passaggio delle petroliere in risposta agli attacchi subiti, ha creato un collo di bottiglia che le compagnie assicurative e gli armatori considerano a rischio altissimo, riducendo ulteriormente i flussi.

Nei grandi centri di distribuzione si inizia a respirare un clima di cautela, con molti operatori commerciali che, memori delle lezioni apprese durante la pandemia e la crisi ucraina, preferiscono assorbire temporaneamente gli aumenti piuttosto che trasferirli immediatamente sugli scaffali, nella speranza che il conflitto si risolva in tempi brevi. Tuttavia, come notano gli esperti di supply chain, se l’emergenza dovesse protrarsi ancora per settimane, l’impatto sui prezzi al consumo diventerebbe inevitabile, colpendo in particolare i beni deperibili che necessitano di trasporto rapido e refrigerato, e quindi di un maggior consumo di carburante. Sulle coste orientali e occidentali, dove le raffinerie sono progettate per processare greggi più pesanti importati, la difficoltà di approvvigionamento si somma alla scarsità di prodotto raffinato, mentre in Texas e in altri stati produttori l’aumento del prezzo del greggio viene visto da alcuni come una boccata d’ossigeno per l’economia locale, capace di rimettere in moto l’industria dell’estrazione.

Description: Analisi dell’impennata del costo dei carburanti negli Stati Uniti a causa del conflitto con l’Iran. Prezzi al gallone ai massimi dal 2023 e impatto sull’economia.

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