L’inflazione vola con la guerra in Iran, la Fed nel tunnel e Trump incassa un'altra grana
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Redazione Economia
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Il dato sull’inflazione americana, quella che a marzo è salita al 3,3% nonostante le attese degli analisti scommettessero su un incremento lievemente inferiore, si è trasformato in una doccia fredda per l’amministrazione Trump e per la Federal Reserve, già alle prese con un dilemma che molti addetti ai lavori definiscono senza precedenti. Il balzo dello 0,9% rispetto a febbraio – l’ultimo mese prima dell’attacco israelo-americano a Teheran – è stato interamente assorbito dalla componente energetica, con il prezzo della benzina che ha registrato un rialzo del 21,2% a marzo: la progressione più marcata mai misurata nella serie storica. Dietro questa fiammata, va detto, c’è il blocco dello stretto di Hormuz, una leva strategica che l’Iran ha azionato dopo i primi raid e che continua a tenere sotto scacco le rotte del petrolio.
La Fed divisa tra recessione e nuovo rialzo dei tassi
Nella riunione precedente all’escalation, quando il conflitto era da poco iniziato e ancora non si misuravano gli effetti sul carrello della spesa, i membri della banca centrale si sono confrontati su due scenari opposti. Da un lato, qualcuno ipotizzava un taglio dei tassi, giustificato dall’indebolimento dell’economia reale e da una domanda interna che cominciava a dare segni di cedimento. Dall’altro, una fazione altrettanto influente sosteneva la necessità di un nuovo rialzo del costo del denaro, perché l’inflazione – nonostante le manovre restrittive degli ultimi due anni – si manteneva ben salda sopra il target del 2%. Un dilemma di non facile soluzione, reso ancora più intricato dal momento cruciale in cui si trova la Fed: procedere con una stretta significherebbe strangolare i consumi, già depressi dal rincaro della benzina, mentre allentare la presa rischierebbe di far deragliare del tutto la credibilità dell’istituzione.
Il prezzo della benzina schizza e i consumi americani vacillano
La guerra in Iran, quindi, non solo alimenta la corsa dei prezzi, ma rischia di deprimere ulteriormente la capacità di spesa delle famiglie americane. Il balzo del 21,2% registrato alla pompa non ha precedenti, e si riverbera su ogni altro settore: dai trasporti alla logistica, fino ai beni alimentari che arrivano sugli scaffali con un sovrapprezzo ormai strutturale. Le Borse, dal canto loro, hanno reagito in modo contrastato: Milano ha guadagnato lo 0,59%, Parigi lo 0,17%, mentre Londra e Francoforte sono rimaste sotto la parità. Un quadro di incertezza che riflette la difficoltà degli investitori nel prezzare un conflitto la cui durata e intensità restano imprevedibili, e nel quale gli Stati Uniti sono direttamente coinvolti.
Il consenso di Trump sotto pressione, la Casa Bianca osserva
Il presidente Trump, che siede alla Casa Bianca ormai da più di un anno dopo la rielezione, si trova ad affrontare una nuova grana proprio mentre le trattative per la pace – se così si possono chiamare i contatti indiretti mediati da terze capitali – sembrano procedere a rilento. L’inflazione che ruba la scena, come è stato scritto, rischia di erodere quel consenso elettorale costruito su promesse di prosperità economica e indipendenza energetica. Nessuno, tra gli analisti, azzarda previsioni su come evolverà la strategia della Fed nei prossimi mesi, né su quali misure potrà adottare l’amministrazione per tamponare il rincaro dei carburanti senza aggravare le tensioni in Medio Oriente. Di certo, il dato di marzo rappresenta un campanello d’allarme che nessuno a Washington può più ignorare.




