Prezzo della benzina negli Stati Uniti, nuovo record a 4,23 dollari: stretta di Hormuz e vertici segreti alla Casa Bianca
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Redazione Economia
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La scia di rincari, che ormai da settimane tiene banco nei dibattiti economici oltreoceano, ha raggiunto una nuova, significativa soglia. Secondo le ultime rilevazioni diffuse dalla American Automobile Association (Aaa), la media nazionale del prezzo per un gallone di benzina normale ha toccato quota 4,23 dollari, un livello che non si registrava dall’agosto del 2022. Questo dato, che aggiorna al rialzo i massimi annuali, arriva a distanza di poche ore dal picco di 4,18 dollari segnalato da altre agenzie, segnando un’accelerazione del trend inflattivo che ha trasformato la crisi energetica in una questione politica e sociale di prim’ordine. È interessante notare come il punto critico non sia tanto la reale scarsità del carburante – che pure inizia a preoccupare gli analisti – quanto piuttosto il costo proibitivo del greggio e dei suoi derivati, un costo che ricade interamente sulle spalle dei consumatori e delle imprese di trasporto.
L’effetto Hormuz e l’impennata dei prezzi
Il conflitto, entrato ormai nel suo terzo mese, continua a mordere i flussi petroliferi globali agendo su un duplice fronte: quello delle sanzioni e quello fisico del blocco navale. Lo Stretto di Hormuz, il passaggio cruciale attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio mondiale, rimane al centro di un braccio di ferro che ha di fatto strozzato l’approvvigionamento regionale. Il dato più eclatante, per comprendere la velocità della crisi, è il confronto con il passato recente: prima che il conflitto scoppiasse, il 28 febbraio scorso, il prezzo medio si attestava su valori molto più bassi, intorno a 2,98 dollari al gallone. Da allora, la benzina è salita di oltre il 40%, un balzo che non trova riscontro nelle normali fluttuazioni stagionali della domanda e che invece è direttamente correlato alle interruzioni delle attività di raffinazione e alla riduzione della capacità operativa dei grandi impianti della regione.
A complicare ulteriormente questo quadro, non vanno sottovalutati i problemi interni alla filiera produttiva statunitense. Diverse fonti segnalano che, parallelamente alle tensioni geopolitiche, alcune delle principali raffinerie del Midwest – come quelle di Whiting (Indiana), Wood River (Illinois) e Robinson – stanno attraversando fasi di manutenzione straordinaria o hanno subito blackout temporanei, limitando l’offerta interna e spingendo i listini verso l’alto proprio nei momenti di maggiore necessità. L’incremento, sebbene generalizzato, potrebbe quindi colpire con maggiore durezza alcune aree del Paese rispetto ad altre, in un mosaico di disagi che rende la ripresa economica post-pandemia ancora più in salita.
Vertice riservato alla Casa Bianca tra politica e petrolio
Di fronte a questa emergenza, che rischia di compromettere la fiducia dei consumatori e la stabilità dei trasporti, la Casa Bianca ha deciso di mobilitare i massimi vertici dell’amministrazione. Dalle ricostruzioni fornite dal sito Axios, si apprende che il presidente Donald Trump ha convocato un incontro riservato con i principali esponenti del settore oil & gas. Al tavolo, spicca la presenza del numero uno di Chevron, Mike Wirth, che ha discusso fianco a fianco con il presidente e i suoi più stretti collaboratori delle ripercussioni del conflitto sui mercati e delle possibili contromosse da adottare. Con loro, a definire la strategia, c’erano il capo dello staff Susie Wiles e il segretario al Tesoro Scott Bessent, a dimostrazione che la partita non si gioca solo sui campi di battaglia mediorientali, ma anche nei delicatissimi equilibri dei futures e delle scorte strategiche. La presenza degli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, quest’ultimo figura storica della diplomazia familiare della presidenza, suggerisce che il nodo di Hormuz sia stato discusso non solo come problema tecnico, ma come leva negoziale complessa.
Una crisi dei prezzi più che delle forniture
I dati forniti dagli analisti internazionali, tra cui quelli di Goldman Sachs, dipingono un orizzonte di medio termine caratterizzato da una pressione continua sui listini. Le quotazioni del Brent, il benchmark internazionale, hanno già registrato volatilità impressionanti, e le scorte globali – come rilevato da diverse agenzie – stanno diminuendo a un ritmo record a causa di perdite di offerta stimate intorno ai 14,5 milioni di barili al giorno. Sebbene il segretario all’Energia, Chris Wright, abbia cercato di gettare acqua sul fuoco dichiarando che i prezzi potrebbero aver toccato il picco, la realtà dei numeri parla di un deficit strutturale di quasi 10 milioni di barili al giorno per il trimestre in corso. In pratica, il problema non è solo sapere se domani ci sarà carburante per far decollare gli aerei o muovere i camion, ma a che prezzo verrà venduto, e chi sarà costretto a pagare il conto di una guerra le cui ripercussioni energetiche si fanno sentire fin dentro le pompe di benzina degli automobilisti americani.




