Petrolio a 372 dollari, il monito di Krugman: “La crisi fisica è alle porte”
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Redazione Economia
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Il premio Nobel per l’economia Paul Krugman ha scelto un momento, questo sì, poco incline ai giri di parole per lanciare un avvertimento destinato a fare il giro del mondo: l’imminente carenza fisica di greggio, conseguenza diretta delle ostilità in corso in Medio Oriente, rischia di trasformarsi in uno shock petrolifero di proporzioni catastrofiche, con il prezzo del barile che potrebbe schizzare fino a 372 dollari, innescando di fatto una recessione globale. Sebbene i futures sul Brent oscillino ancora intorno ai 103 dollari, una quotazione che potrebbe sembrare rassicurante a uno sguardo distratto, Krugman avverte che si tratta di una calma fuorviante. Il mercato, secondo l’analisi del Premio Nobel, sta sottovalutando la portata del collo di bottiglia che sta per materializzarsi: il greggio che viaggiava via mare ha rappresentato una sorta di ammortizzatore, ma con la fine delle consegne ai mercati asiatici e poi a quelli europei, la situazione è destinata a mutare radicalmente. La crisi, nelle sue parole, sta per diventare “fisica”, e nessuna mediazione politica riuscirà più a fermare la corsa dei prezzi una volta che i rubinetti si saranno definitivamente chiusi.
Il conflitto che strozza le rotte
A rendere concreto questo scenario non è solo la suggestione di un modello matematico, ma il precipitare degli eventi sul campo. Il blocco dello Stretto di Hormuz, deciso dall’Iran dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele dello scorso 28 febbraio, ha di fatto congelato flussi di petrolio e gas naturale liquefatto che in tempo di pace rappresentano circa il 20% della domanda mondiale. Un’arteria fondamentale per l’economia globale, quindi, che si è trasformata in un’area di guerra dove le minacce si alternano agli attacchi: l’ultimo, in ordine di tempo, ha visto una petroliera kuwaitiana incendiarsi al largo di Dubai dopo essere stata colpita da un drone. Le conseguenze si riverberano lungo tutta la catena logistica: i noli marittimi aumentano, le polizze assicurative diventano proibitivi e le materie prime alimentari, dal momento che un terzo del commercio globale di fertilizzanti passa proprio da quello Stretto, iniziano a sentire il peso dell’impennata dei costi energetici.
La reazione del mercato e l’analisi del rischio
Le ripercussioni sui mercati, nonostante la percezione ancora “morbida” dei futures, sono già evidenti per chi osserva le curve dei prezzi reali. Il West Texas Intermediate ha superato la soglia psicologica dei 100 dollari, forzando al ribasso una trendline rialzista che resisteva da fine febbraio. Il gasolio negli Stati Uniti ha superato i 4 dollari al gallone, un livello che non si toccava da più di tre anni e che comincia a rappresentare un problema politico per l’amministrazione Trump. Se da un lato il presidente americano, tornato alla Casa Bianca, ha ventilato la possibilità di un accordo con Teheran, dall’altro non ha esitato a rilanciare minacce di ritorsioni militari se lo Stretto non verrà riaperto al commercio. La tensione tra diplomazia e potenza di fuoco rende il quadro estremamente volatile, tanto che il Fondo Monetario Internazionale ha già parlato di “shock storico” per le forniture energetiche, con il rischio concreto di una fiammata inflazionistica che colpirebbe in modo asimmetrico i paesi importatori e le economie più fragili.
Il modello economico dello scenario peggiore
Lo scenario peggiore delineato da Krugman si basa su una combinazione esplosiva: l’elasticità della domanda di petrolio è storicamente molto bassa nel breve periodo, il che significa che, di fronte a una riduzione dell’offerta, i prezzi devono salire in maniera vertiginosa per distruggere la domanda sufficiente a riequilibrare il mercato. L’ipotesi di una contrazione del 16% dell’offerta globale, del tutto possibile se il conflitto dovesse estendersi ulteriormente con attacchi mirati alle infrastrutture di esportazione o se la situazione nel Mar Rosso, dove gli Houthi hanno intensificato gli attacchi, dovesse peggiorare, porterebbe il prezzo a toccare quota 372 dollari. Una cifra, quest’ultima, che gli analisti più prudenti definiscono remota, ma che secondo Krugman non può essere liquidata con leggerezza. Il nodo, insomma, non è più puramente finanziario ma fisico: il mondo rischia di trovarsi a fare i conti non con la speculazione, ma con la semplice, brutale assenza di materia prima per alimentare i motori e riscaldare le case.




