La guerra in Iran e l'effetto a catena sul costo del carburante, una variabile imprevista per la presidenza Trump

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   L’onda lunga del conflitto in Medio Oriente, innescatosi alla fine di febbraio con le operazioni militari congiunte di Stati Uniti e Israele sul territorio iraniano, sta già producendo i suoi primi, tangibili effetti sulle economie occidentali, e in particolare sul mercato energetico statunitense. Quello che era stato un preciso impegno di campagna, ovvero il ritorno a una benzina accessibile, si scontra ora con la realtà geopolitica. Durante la Convention repubblicana di Milwaukee, nell’estate del 2024, i delegati sfoggiavano cappellini con la scritta Make gasoline $2 again, un adattamento dello slogan trumpiano che fissava un obiettivo chiaro: riportare il prezzo del carburante ai livelli pre-pandemici. L’amministrazione Trump, forte di un disegno di indipendenza energetica, si trova oggi a fare i conti con una variabile imprevista, un conflitto che rischia di allontanare quel traguardo.

La risposta dell’Iran, consapevole della propria inferiorità militare convenzionale, si è concentrata su una leva strategica di portata globale: la minaccia, e nella pratica l’effettiva interdizione, delle rotte energetiche. Il punto focale di questa strategia è lo Stretto di Hormuz, quel passaggio obbligato attraverso cui, secondo le stime dell’Energy Information Administration, transitano quotidianamente circa 20 milioni di barili di petrolio. Una quantità, questa, che rappresenta un quinto dei consumi globali e che, tradotta in valore annuo, si aggira intorno ai 600 miliardi di dollari. La decisione iraniana di colpire il cuore dei traffici, già attuata con azioni mirate contro infrastrutture saudite e qatariote, ha innescato un meccanismo a catena. Le compagnie di navigazione, di fronte all’aumento esponenziale del rischio e al ritiro delle coperture assicurative, hanno di fatto bloccato le partenze, creando di fatto una chiusura dello stretto più efficace di qualsiasi blocco formale.

Le ripercussioni sui listini non si sono fatte attendere. A una settimana dall’inizio delle ostilità, il greggio Brent ha superato quota 87 dollari al barile, mentre il benchmark americano è schizzato ai massimi da oltre un anno. Un’impennata che si riversa immediatamente sui consumatori: la media nazionale del gallone di benzina negli Stati Uniti, che solo sette giorni fa si attestava sotto i tre dollari, ha toccato i 3,25 dollari, registrando un balzo di quasi il dieci per cento. I mercati azionari europei, dopo aperture in territorio positivo, hanno virato bruscamente al ribasso, con Francoforte, Parigi e Londra che scontao il timore di una stagflazione indotta dai rincari energetici. L’avanzo del dollaro sullo yen e sull’euro, del resto, testimonia la fuga dei capitali verso il bene rifugio per eccellenza, in un clima di crescente incertezza globale.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.