La riforma dei medici di famiglia che non piace ai camici bianchi siracusani
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Redazione Interno
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Il progetto di riforma della medicina generale, fortemente voluto dal ministro della Salute Orazio Schillaci, continua a far discutere e, a giudicare dalle ultime reazioni, non sembra affatto trovare il favore dei diretti interessati. In particolare, tra i camici bianchi della provincia di Siracusa, il malcontento è palpabile e si traduce in un’opposizione netta a quello che viene definito un vero e proprio “colpo di mano”. Il piano, che si articolerebbe in una duplice fase (un decreto legge immediato per garantire personale alle nuove Case di comunità e un successivo disegno di legge per ridefinire le retribuzioni), prevede la possibilità per i dottori di diventare dipendenti pubblici abbandonando l’attuale regime di convenzione. Se da un lato questa misura viene giustificata dall’esecutivo come necessaria per rispettare i tempi del Pnrr e alleggerire la pressione sui pronto soccorso, dall’altro lato rischia di stravolgere un modello di assistenza che, almeno secondo i sindacati di categoria, ha sempre fatto della prossimità e del rapporto personale il suo punto di forza.
L’affondo di Lo Monaco e il nodo delle aree montane
A farsi portavoce di questo fronte del dissenso, in terra aretusea, è Riccardo Lo Monaco, segretario provinciale della Fimmg. Il suo giudizio, espresso senza mezzi termini, lascia intendere come la tensione sia destinata a salire nelle prossime settimane, soprattutto se la bozza attuale dovesse rimanere invariata. “Se dovesse venire confermato l’obbligo per tutti i medici di medicina generale di passare ad un rapporto di dipendenza – ha dichiarato – noi saremo pronti allo sciopero”. Quella che traspare dalle sue parole non è una semplice difesa di interessi rativi, bensì la preoccupazione concreta per la tenuta di un servizio che nelle zone più periferiche e montane rischia di saltare del tutto.
Lo Monaco ha infatti voluto mettere in guardia circa le difficoltà legate alla conformazione geografica della provincia, dove le nuove Case di comunità rischiano di diventare strutture lontane e di difficile accesso per fasce di popolazione già fragili. “Penso all’area montana, con la Casa di comunità a Palazzolo – ha spiegato nel dettaglio – ma come faranno da Ferla, da Cassaro o Buccheri a spostarsi per raggiungere quel centro?”. È questa, forse, la contraddizione più lampante del progetto: mentre si cerca di favorire la centralizzazione delle cure in strutture hub, si rischia di depauperare del tutto la cosiddetta “medicina di prossimità”, quella che storicamente aveva il proprio studio a due passi dall’abitazione dell’anziano.
L’impatto sul Ssn e la questione della fiducia
Oltre alle polemiche sul metodo, che vedono i medici lamentare la mancata concertazione preventiva, è l’impatto sostanziale sul Servizio sanitario nazionale a preoccupare le società scientifiche. Sebbene la proposta di Schillaci specifichi che la dipendenza sarebbe **volontaria** e graduale, limitata a funzioni “selettive” per le attività territoriali più strutturate, molti addetti ai lavori temono un effetto a catena devastante. La paura è che questo nuovo modello, incentrato sulle Case di comunità come fulcro dell’assistenza, finisca per annullare quel “rapporto personale” che lega il medico al paziente, un valore intangibile ma fondamentale per una corretta anamnesi e per la continuità delle cure.
Inoltre, vi è la questione legata alla nuova modalità di retribuzione, parametrata non più sul numero di assistiti bensì sul raggiungimento di obiettivi (il cosiddetto a “valutazione”). In tal senso, i medici temono di trasformarsi in meri ingranaggi burocratici, perdendo quella che è sempre stata una prerogativa della professione: l’autonomia clinica. Per dirla con le parole che circolano tra i camici bianchi siracusani, non si tratta di una sterile “questio dipendenza vs convenzione”, che magari sarebbe di competenza dei soli sindacati; il vero problema è epistemologico e funzionale. Si chiede all’unanimità come si possa garantire la stessa qualità dell’assistenza se il dottore, da libero professionista che risponde al solo codice deontologico e al paziente, diventa un dipendente che risponde a logiche aziendali e a standard di produttività imposti dall’alto.
La posizione del ministro e il difficile equilibrio
Nel mezzo di questa bagarre, il ministro Schillaci tenta di mantenere una linea dialogante ma ferma. Interpellato alla Camera, il titolare della Salute ha ribadito la necessità di partire da una fotografia oggettiva del sistema: pronto soccorso congestionati, una domanda di salute in crescita e una cronica carenza di medici di famiglia (si parla di oltre 5.700 unità mancanti in Italia). “Non possiamo perdere un’occasione storica per l’Italia” ha dichiarato in più occasioni, cercando di sdrammatizzare le tensioni sullo status giuridico, ricordando che il testo finale sarà comunque discusso con Regioni e sindacati.
Tuttavia, la mano tesa da Roma fatica a trovare un riscontro concreto in Sicilia, dove la realtà delle Case di comunità è ancora a uno stadio “embrionale”. Come osservato da Lo Monaco, riempire queste strutture in fretta e furia per rispettare le scadenze europee, senza una programmazione seria dei trasporti e dei servizi accessori, rischia di trasformare la riforma in un boomerang. I cittadini si troverebbero così a dover percorrere decine di chilometri per trovare un medico “centralizzato”, perdendo quel presidio capillare che, soprattutto nelle piccole realtà locali, rappresenta spesso l’unico argine all’isolamento sanitario e sociale.




