Il decreto Schillaci e la svolta dei camici bianchi: ai medici di famiglia la scelta (contesa) della dipendenza pubblica
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Redazione Interno
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La geografia dell’assistenza sanitaria italiana, specialmente quella che si snoda fuori dagli ospedali e tra i municipi, potrebbe presto conoscere una delle sue trasformazioni più significative. Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha depositato sul tavolo della Conferenza delle Regioni la bozza di un decreto legge che, almeno sulla carta, ridisegna lo status e le mansioni della medicina generale. L’intenzione, espressa dallo stesso ministro con l’urgenza di “fare presto” per restituire al Paese un sistema più efficiente, è quella di trasformare i medici di base nel fulcro operativo delle nuove Case di Comunità; strutture, queste ultime, nate teoricamente per decongestionare i pronto soccorso e seguire i pazienti fragili sul territorio. La leva per attuare questo cambio di passo è la possibilità, finora solo teorizzata in ambienti accademici, di inquadrare questi professionisti come dipendenti pubblici con un contratto subordinato al Servizio sanitario nazionale, anche se – ed è un dettaglio sostanziale – su base esclusivamente volontaria.
Se da un lato l’esecutivo sembra premere sull’acceleratore per omologare i medici di famiglia ai colleghi ospedalieri, dall’altro il provvedimento ha immediatamente innescato un cortocircuito con le rappresentanze di categoria. Il segretario nazionale della Federazione dei medici territoriali (Fmt), Francesco Esposito, ha bollato l’intervento come una “strada sbagliata”, lamentando l’assenza di un vero confronto preventivo e ribadendo che la bozza presentata alle Regioni mantiene un’impostazione “superata dalla storia e inadeguata”. Una contestazione che fa da eco a quella, ancor più frontale, del presidente della Fnomceo, Filippo Anelli: costui ha etichettato la riforma come “inefficace, inutile e dannosa”, sostenendo – con un ragionamento che non ammette deroghe – che i medici di famiglia esistono già e che avrebbero potuto entrare nelle Case di Comunità fin da subito, sfruttando i debiti orari che già gravano sulle loro convenzioni.
Il nodo delle specializzazioni e lo spettro dell’abbandono
Al di là delle dichiarazioni di rito, a deflagrare sono le polveri tecniche di un accordo che rischia di creare una frattura generazionale nella professione. Una delle critiche più aspre, sollevata in particolare dalla Federazione Italiana Medici di Medicina Generale, riguarda la presunta incompatibilità tra il nuovo corso e la vecchia guardia: il testo subordinerebbe l’accesso alla dipendenza pubblica al possesso della specializzazione in medicina generale, dimenticando che per decenni questo percorso formativo è stato considerato separato. Ne conseguirebbe l’esclusione di un’intera generazione di camici bianchi, quelli che hanno costruito il rapporto fiduciario con i pazienti sulla base di un corso di formazione specifica che non dava diritto a quel titolo. E non finisce qui: c’è il timore concreto di una “fuga” dei giovani, i quali – privi di quella specializzazione – potrebbero essere indotti ad abbandonare la medicina territoriale già alla prossima finestra utile per iscriversi a scuole di specialità più tradizionali, lasciando così scoperti i presidi sanitari delle aree più fragili.
Il corto circuito politico tra Roma e le regioni
Sullo sfondo di questa contesa sindacale si muove la macchina burocratica delle Regioni, che hanno ricevuto la bozza ma trattengono ancora il fiato sospeso in attesa del testo definitivo. Se da una parte Schillaci cerca di accreditare il provvedimento come una riforma storica per modernizzare il territorio, dall’altra i presidenti – chiamati a gestire la sanità sul campo – sanno bene che la transizione verso la dipendenza non potrà essere né rapida né indolore. L’impianto del decreto, infatti, introduce un sistema misto in cui coesisteranno il vecchio rapporto convenzionale (tipico della libera professione) e quello subordinato; una convivenza che, nelle intenzioni, serve a non spiazzare chi ha sempre lavorato a partita Iva, ma che rischia di creare disparità di trattamento orario e retributivo nella stessa struttura. E mentre i rappresentanti dei medici alzano il muro della contestazione, il governo insiste sulla necessità di blindare le coperture e rispettare i cronoprogrammi del Pnrr, che impongono l’attivazione a regime delle Case di Comunità entro la prossima estate.
In conclusione, la partita più delicata non è solo tecnica ma culturale: si tratta di capire se il legislatore riuscirà a sciogliere il nodo della valorizzazione professionale senza alimentare un esodo di massa. La protesta, come si legge nei comunicati dei sindacati di categoria, non nasce solo dalla paura del cambiamento, ma dalla convinzione che un intervento calato dall’alto e non concertato rischi di aggravare la cronica carenza di personale (una mancanza di almeno cinquemila unità sul territorio nazionale) invece di risolverla. Con le Regioni chiamate a esprimere il parere definitivo nelle prossime settimane, lo scontro tra la necessità di efficientare la spesa e la difesa di un modello di prossimità basato sulla fiducia (e non sul timbro del cartellino) è solo all’inizio.




