Il rapporto che gela Trump: "improbabile" rovesciare il regime di Teheran
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Redazione Esteri
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L’ambizione di Donald Trump di poter scegliere personalmente il nuovo leader dell’Iran, dopo l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei avvenuta il 28 febbraio nel corso dell’operazione Epic Fury, si scontra con una realtà ben più complessa e radicata di quanto la Casa Bianca fosse disposta ad ammettere. Un rapporto classificato del National Intelligence Council, completato prima dello scoppio del conflitto, ha infatti gelato gli entusiasmi del presidente americano, consegnando ai piani alti dell’amministrazione una valutazione netta: anche un attacco militare su larga scala difficilmente riuscirà a scardinare l’ossatura del potere a Teheran. La resilienza del regime, spiega il documento ripreso da più fonti di intelligence, non dipende esclusivamente dalla figura del supremo leader, ma da protocolli di sopravvivenza consolidati che garantirebbero la continuità statuale nonostante la decapitazione dei suoi vertici. A questo si aggiunge l’assoluta frammentazione delle opposizioni interne, giudicate incapaci di organizzare una sollevazione popolare coordinata, e la mancanza di crepe significative all’interno del Corpo dei Guardiani della rivoluzione. Il messaggio, per Trump che pure aveva invitato gli iraniani a "prendere in mano il proprio governo", è un brusco risveglio: l’idea di un regime change rapido e pilotato da Washington appare, allo stato attuale, un miraggio.
La strategia della tensione e il modello Venezuela
Nonostante le valutazioni degli analisti, il presidente americano non sembra intenzionato a ridimensionare i propri obiettivi. Dalla sua piattaforma Truth Social, Trump ha continuato a soffiare sul fuoco della contrapposizione, annunciando nuovi e durissimi attacchi contro l’Iran e minacciando di colpire "aree e gruppi di persone che fino a questo momento non erano stati considerati come obiettivi". La sua visione per il dopo-Khamenei, come ha avuto modo di chiarire in un’intervista ad Axios, ricalca il modello già sperimentato in Venezuela, dove la destituzione di Nicolás Maduro ha portato all’insediamento di Delcy Rodríguez, una figura che, pur provenendo dal vecchio regime, ha garantito la continuità degli apparati statali aprendo contemporaneamente al dialogo con gli Stati Uniti. Trump vuole insomma "eleggere" un nuovo leader che sia gradito all’America, qualcuno che possa "portare armonia e pace" nel paese, ma la sua ossessione principale, quella di evitare che Teheran metta a punto l’arma nucleare, resta il driver principale dell’intervento militare. I rapporti dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che non hanno mai certificato l’esistenza di un programma nucleare militare strutturato in Iran, sembrano passare in secondo piano di fronte alla determinazione della Casa Bianca.
La risposta di Teheran tra scuse e minacce
Sul fronte opposto, la reazione iraniana si muove su un doppio binario, tentando di tenere insieme la necessità di non isolarsi ulteriormente a livello regionale con quella di mostrare i muscoli verso il nemico americano. Il presidente Masoud Pezeshkian, in una mossa diplomatica tutt’altro che scontata, ha pubblicamente chiesto scusa ai paesi del Golfo per gli attacchi missilistici che in questi giorni hanno coinvolto anche i loro territori, assicurando che Teheran non ha alcuna intenzione di colpire gli stati vicini. Un’apertura, questa, che mira a scongiurare la formazione di un fronte arabo unito contro l’Iran. Parallelamente, però, Pezeshkian ha ribadito con fermezza che la risposta alle basi militari americane nella regione non solo continuerà, ma si intensificherà, respingendo al contempo qualsiasi ipotesi di resa incondizionata, quella stessa resa che Trump continua a sbandierare come unica via d’uscita dal conflitto. Le parole del presidente iraniano disegnano i contorni di una strategia difensiva ma allo stesso tempo aggressiva, volta a colpire gli interessi statunitensi ovunque essi si trovino, senza per questo innescare una guerra generalizzata con i vicini arabi.
L’illusione della resa e il fattore Khamenei
Se Trump immagina un’Iran pronto a capitolare e ad accettare un nuovo leader imposto dall’esterno, la realtà che emerge dalle dichiarazioni dei funzionari di Teheran racconta esattamente il contrario. La leadership iraniana, seppur scossa dall’eliminazione fisica di Khamenei, ha più volte ribadito la propria capacità di resistere e colpire, come dimostrano i continui lanci di droni e missili verso Israele e le postazioni statunitensi nel Golfo. L’ipotesi che il figlio dell’ayatollah ucciso, Mojtaba Khamenei, potesse essere un candidato naturale alla successione è stata liquidata dallo stesso Trump come inaccettabile, ma la sua volontà di mettere mano direttamente alla scelta del nuovo leader si scontra con la complessità dei meccanismi interni alla Repubblica islamica. Le procedure per la selezione della Guida suprema sono opache e radicate in un equilibrio di poteri che difficilmente potrebbe essere scalfito da un dettato esterno, per quanto sostenuto dalla potenza militare americana. La partita, insomma, è ancora tutta da giocare, e l’esito è tutt’altro che scontato: il regime, nonostante le pesanti perdite subite, continua a considerare la guerra come un’opportunità per consolidare il consenso interno e riaffermare la propria centralità regionale, mentre le diplomazie di mezzo mondo tentano di evitare una escalation dagli esiti imprevedibili.
Description: Nonostante l'uccisione di Khamenei, un rapporto intelligence congela i piani di Trump: il regime iraniano è più solido del previsto e la resa è lontana.




