Obesità, per quasi sei milioni di italiani è una malattia cronica ma la percezione di sé resta distorta
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Redazione Salute
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Alla vigilia della Giornata mondiale dedicata alla lotta contro l’obesità, che cade domani 4 marzo, il quadro che emerge dai dati epidemiologici più aggiornati disegna una realtà complessa e per certi versi paradossale: se da un lato la scienza medica e le politiche sanitarie compiono passi da gigante nel riconoscere e curare questa patologia, dall’altro lato la percezione che gli stessi italiani hanno del proprio Corpo e dei rischi connessi sembra viaggiare su un binario parallelo, scontrandosi con una sottostima diffusa e preoccupante.
Secondo le stime contenute nel decimo Rapporto sull’obesità in Italia, curato dall’IRCCS Istituto Auxologico Italiano e diffuso in queste ore, sono circa sei milioni i cittadini che convivono con questa condizione, una cifra che sale in modo drammatico se si considera l’intera fascia della popolazione in sovrappeso, la quale lambisce quasi la metà degli adulti. L’obesità, come ormai acclarato da tempo e come ribadito con forza dagli esperti, non è una questione estetica né tantomeno il frutto di una mera mancanza di forza di volontà: si tratta di una malattia cronica, progressiva e recidivante, la cui complessità è data dall’intreccio di fattori genetici, metabolici, psicologici e ambientali. L’Italia, peraltro, ha fatto da apripista a livello globale: con una legge del 2025, il nostro Paese è stato il primo al mondo a riconoscere ufficialmente l’obesità come malattia e a inserirne le cure nei Livelli Essenziali di Assistenza, i cosiddetti Lea, un passo normativo che sancisce il diritto alla presa in carico e alle terapie.
Eppure, nonostante la consapevolezza teorica del problema – tre italiani su quattro, rivela un’indagine di AstraRicerche per il Gruppo Edulcoranti di Unione Italiana Food, giudicano l’obesità un grave pericolo per la salute – la percezione individuale è del tutto fuori fuoco. Lo stesso studio, condotto su un campione di oltre mille persone, fotografa una distorsione cognitiva notevole: se è vero che l’8,9 per cento degli intervistati rientra, secondo i parametri dell’indice di massa rea, nella fascia clinicamente definibile come obesa, solo il 2,7 per cento di loro si riconosce in tale definizione. Un divario che si traduce in una stima al ribasso del proprio peso, un fenomeno che colpisce in particolare la popolazione maschile, mentre le donne tendono più spesso all’opposto, ovvero a sovrastimare i propri chili. Il paradosso, spiegano gli esperti, è che questa mancata autoconsapevolezza può rappresentare un ostacolo iniziale alla richiesta di aiuto e alla diagnosi precoce.
La rivoluzione nelle terapie e l’approccio multidisciplinare
Il mondo della ricerca, intanto, vive quella che molti clinici non esitano a definire una vera e propria rivoluzione. Non solo sul fronte farmacologico, con l’avvento di molecole sempre più efficaci che non si limitano a incidere sulla riduzione ponderale ma agiscono positivamente sul rischio cardiovascolare e metabolico complessivo, ma anche sul piano dell’approccio clinico. Le nuove linee guida nazionali, sviluppate dalla Società Italiana dell’Obesità su mandato dell’Istituto Superiore di Sanità, spostano l’asticella verso una personalizzazione delle cure finora inedita. Non basta più calcolare il peso sulla bilancia: la diagnosi deve integrare misure di adiposità centrale, come la circonferenza vita, per intercettare il rischio reale per la salute, e il trattamento deve articolarsi in un percorso che combini l’educazione alimentare strutturata, l’attività fisica, il supporto psicologico e, laddove necessario, i nuovi farmaci o la chirurgia bariatrica.
Particolarmente significativo, in questo senso, è il lavoro che si sta facendo in età pediatrica, perché intervenire presto significa poter modificare la traiettoria di una vita. Un progetto di ricerca coordinato dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, finanziato con fondi del Pnrr e chiamato Resilient, ha coinvolto 120 bambini tra i 6 e gli 11 anni in un percorso multidisciplinare della durata di cinque mesi. L’integrazione tra educazione alimentare, attività fisica strutturata e il coinvolgimento attivo dei genitori ha dimostrato di poter migliorare non solo il peso e il metabolismo dei piccoli pazienti, ma anche le loro capacità cognitive e la qualità del sonno. “Non basta prescrivere una dieta”, spiega Melania Manco, dell’unità di ricerca di Medicina predittiva e preventiva del Bambino Gesù, “serve agire in una finestra temporale – quella tra i 6 e gli 11 anni – in cui la plasticità cerebrale consente ancora di ripristinare i meccanismi centrali che regolano appetito e dispendio energetico”.
Lo stigma sociale e il peso delle comorbidità psicologiche
Accanto alla dimensione strettamente clinica e terapeutica, l’analisi degli esperti si concentra anche sugli aspetti sociali e psicologici che la malattia si porta dietro, spesso aggravandone il decorso. La vergogna e lo stigma, infatti, rappresentano un ulteriore macigno per chi convive con l’obesità, alimentando un circolo vizioso che porta all’isolamento e all’abbandono delle cure. Dati alla mano, emerge con chiarezza che l’aderenza ai percorsi di gestione del peso è una delle sfide più ardue: secondo quanto riportato da Obesity Reviews, un paziente su due abbandona il trattamento già nel corso del primo anno. Un dato che la dottoressa Mikiko Watanabe, endocrinologa della Sapienza Università di Roma, interpreta come la necessità di affrontare la patologia con una logica di lungo periodo, “una traiettoria clinica che richiede stabilità e adattamento nel tempo, con fasi diverse che necessitano strumenti diversi”.
C’è poi un capitolo delicato che lega a doppio filo l’obesità e la salute mentale. Una prima indagine sistematica condotta in sei regioni italiane dalla Società Italiana di Neuropsicofarmacologia ha rilevato che il 17 per cento dei pazienti seguiti dai Servizi di salute mentale presenta obesità, una percentuale significativamente più alta rispetto al 10 per cento rilevato nella popolazione generale. Il dato diventa ancora più allarmante se si osserva la fascia dei giovani tra i 18 e i 34 anni, dove il rischio di obesità per chi è in carico ai servizi psichiatrici è quasi triplo. “Numerosi studi”, spiegano Claudio Mencacci e Matteo Balestrieri, presidenti della Sinpf, “dimostrano che chi vive con disturbi depressivi, bipolari o schizofrenia presenta un rischio doppio di sovrappeso e obesità rispetto alla popolazione generale”. Una correlazione che impone una presa in carico sempre più integrata, in cui lo psicologo e lo psichiatra diventano parte fondamentale dell’équipe curante.
L’impatto economico e la sfida dell’equità di accesso
L’ultimo fronte, ma non per importanza, è quello economico. L’obesità non pesa solo sulla qualità della vita degli individui, ma anche sui conti dello Stato. Secondo le stime raccolte dall’Auxologico, il costo sociale e sanitario di questa malattia supera i 13 miliardi di euro all’anno, una cifra che equivale a circa lo 0,8 per cento del Prodotto Interno Lordo e assorbe quasi il 5 per cento della spesa sanitaria nazionale. Una voragine che potrebbe essere ridotta da una prevenzione più efficace e da una presa in carico tempestiva, ma che al contempo pone un interrogativo spinoso riguardo alla sostenibilità delle nuove terapie farmacologiche. L’epidemiologo Pietro Ferrara, del Laboratorio sperimentale Ricerche sanità pubblica di Auxologico, sottolinea come i nuovi farmaci, pur offrendo prospettive cliniche rilevanti, pongano “una sfida di equità di accesso e sostenibilità per il Servizio Sanitario Nazionale”. Il nodo, tutto da sciogliere, sarà definire criteri chiari di appropriatezza e costo-efficacia per garantire che il diritto alla cura, sancito dalla legge, non rimanga sulla carta ma diventi accessibile a tutti i sei milioni di italiani che ne hanno bisogno, senza distinzioni di reddito o di latitudine geografica.




