Malattia renale cronica, in Italia milioni di pazienti senza diagnosi: al via il progetto “PREMIO”

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Sono circa cinque milioni le persone che, nel nostro paese, convivono con la malattia renale cronica (MRC), una patologia che – complici la sua natura subdola e l’assenza di sintomi eclatanti nelle fasi iniziali – finisce per essere diagnosticata correttamente solo in un caso su tre. Questo significa che la stragrande maggioranza di quei pazienti, spesso ignari del proprio stato, prosegue la propria quotidianità senza alcuna consapevolezza del rischio che corre: quello di vedere la funzione renale deteriorarsi in silenzio, fino a scivolare verso l’insufficienza avanzata. A quel punto, le opzioni terapeutiche si riducono drasticamente, restando essenzialmente la dialisi, con i suoi tempi e la sua rigidità, oppure l’iscrizione in lista per un trapianto, intervento complesso e non sempre immediatamente disponibile.

Il paradosso della creatinina, parametro noto ai più come un’ombra sconosciuta

Se si nomina il colesterolo alto, scatta subito un meccanismo di allarme sociale: la mente corre alla dieta, alle statine, al rischio di infarto o ictus. Ma prova a chiedere a un passante che cosa sia la creatinina, e molto probabilmente otterrai un silenzio, se non un imbarazzato alzata di spalle. Eppure – ed è questo il punto cruciale – proprio quel valore, spesso relegato a una riga minuscola nelle analisi del sangue, rappresenta uno degli indicatori più fedeli del lavoro dei reni. Un esame semplice, poco costoso, che andrebbe sempre inserito nei pannelli di routine, ma che nella pratica clinica quotidiana viene ancora troppo spesso trascurato, complice una scarsa diffusione della cultura nefrologica tra la popolazione generale. Senza quella misura, l’insufficienza renale continua ad avanzare in punta di piedi, senza dare scampo a campanelli d’allarme precoci.

La rete tra medici di famiglia e nefrologi: nasce il progetto “PREMIO”

Per provare a invertire questa tendenza, la Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG) insieme alla Società Italiana di Nefrologia (SIN) ha dato vita nelle scorse settimane a un’iniziativa strutturata, battezzata con l’acronimo “PREMIO”. Si tratta di una rete nazionale che mette in relazione diretta i medici di famiglia – primi ascoltatori dei disturbi e custodi delle cartelle cliniche dei loro assistiti – con i nefrologi ospedalieri o territoriali. L’obiettivo principale è duplice: da un lato intercettare precocemente quei milioni di persone che hanno già la malattia senza saperlo, dall’altro costruire un percorso di presa in carico integrata, che non si limiti a gestire l’emergenza ma cerchi di rallentare la progressione del danno renale. Un cambio di paradigma non da poco, perché finora la frammentazione tra cure primarie e specialistica ha rappresentato uno dei principali ostacoli a una diagnosi tempestiva.

Una patologia silenziosa ma epidemiologicamente rilevante

La malattia renale cronica non è un fenomeno di nicchia: i numeri parlano chiaro, con circa cinque milioni di cittadini coinvolti. Se si considera che la diagnosi corretta arriva solo per uno su tre, si capisce l’entità del sommerso. Si tratta per lo più di persone anziane, ipertese o diabetiche – anche se non mancano casi in età adulta senza fattori di rischio evidenti – che convivono da anni con valori alterati senza che nessuno abbia mai fatto il collegamento. La natura asintomatica della fase iniziale gioca un ruolo determinante: il rene, quando si ammala, non fa male, non provoca febbre, non dà segni esteriori. Solo quando la filtrazione glomerulare scende sotto una certa soglia compaiono stanchezza, gonfiori o alterazioni della diuresi, segnali però spesso attribuiti ad altre cause. Il progetto “PREMIO” punta a rompere questo circolo vizioso, utilizzando strumenti già a disposizione – come la misurazione della creatinina e il calcolo del filtrato – e mettendoli al servizio di un flusso comunicativo e decisionale più rapido tra chi segue il paziente sul territorio e chi può intervenire con terapie nefroprotettive.

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